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22.03.05

Theatrical Chamber

A me piacciono le donne masochiste. Realizzare i loro sogni fin dove è possibile è il mio passatempo preferito. In questo fine settimana affronterò uno dei casi più interessanti che mi siano mai capitati. Redirect Gratuito

La ragazza prima di svegliarsi deve mettersi nella condizione del sonno più profondo, e c'è stato bisogno di molto più teatro del solito. In compenso il mio ruolo è davvero limitato, per cui questa volta mi divertirò senza faticare troppo. Domenica. Sono vestito di bianco, come sempre, e non porto con me alcun attrezzo. Tutto ciò di cui ho bisogno per aiutare la ragazza a esprimersi è già presente nella casa. L'appuntamento è per il pomeriggio, così vago: lei è tenuta a mantenersi pronta, con tutta la scena allestita, tra le 15 e le 19. Io ho le chiavi del suo appartamento e posso entrare quando mi pare, possibilmente facendola attendere un po'. Vado a farmi un giro, entro in un bar e prendo un whisky. Non bevo mai alcolici prima di una scena, ma in questo caso non c'è ragione di prendere precauzioni particolari perché la ragazza non rischia neanche un graffio. Trovo un quotidiano e io che non li compro mai mi metto a leggerlo. Non riesco a seguire, provo a cominciare un articolo ma devo passare subito al seguente. Fumo una sigaretta. Niente da fare, devo andare, sono io impaziente, questa volta. Basta, non ho voglia di aspettare, sono appena le 15:30 ma voglio proprio vederla. Parcheggio in una via adiacente e mi avvio al palazzo dove abita lei. Davanti alla porta mi pulisco le suole delle scarpe, mi aggiusto la giacca, controllo il nodo della cravatta. Sono proprio pronto. Non devo suonare, ecco la chiave, la guardo e me la giro tra le mani. Mentre infilo la chiave nella serratura e la giro recupero tutta la mia freddezza. Sentire il meccanismo che fa quello che voglio, sentire che tutto fila liscio. Quando è ben oliato un meccanismo può dare soddisfazione, o almeno richiamare alla fiducia in se stessi. Salgo le scale e mi trovo davanti la seconda porta, e tiro fuori la seconda chiave. Mi giro anche questa tra le mani, la guardo per un attimo. Poi la infilo, la giro, e il meccanismo del suo piacere comincia a girare. Anche noi siamo fatti di meccanismi, benché morbidi e tiepidi; il nostro vantaggio consiste nel poterci sfruttare a nostro stesso piacimento, una volta che conosciamo il sistema per aprire e chiudere le nostre stesse serrature. Rifletto e mi inceppo ancora, oggi sono un po' stanco forse. lei però ha fatto tutto come doveva. lei è nella camera, allestita come previsto. Mi avvicino e accarezzo una guancia della ragazza, che giace immobile nel mezzo del letto matrimoniale. Tutte le finestre sono chiuse, tutte le tende sono abbassate. L'odore dell'incenso copre quello delle molte candele che illuminano la stanza. Mi accendo una sigaretta e l'aria si fa ancora più pesante. La ragazza ha un sorriso sereno stampato sulla bocca, è finalmente rilassata e tranquilla. La sua pelle è perfettamente bianca sul petto e sulla faccia, a parte le guance rosate, gli occhi sottilmente rigati di nero e le labbra dipinte di un rosso vivissimo.

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La ragazza è completamente immobile, le gambe dritte, perfettamente distese, le braccia incrociate sul petto, la testa leggermente rialzata sui due cuscini sovrammessi. Le sue palpebre sono chiuse. Non muove un muscolo. le parlo: "Brava, la mia schiavetta, così buona, così silenziosa, così disponibile; ora posso fare davvero di te quello che voglio." lei ovviamente non risponde, non può rispondere. Indossa solo un corsetto nero e un paio di calze nere con i reggicalze anch'essi neri. le divarico leggermente le gambe, e lei mi lascia fare con la docilità delle cose inanimate. La sua recitazione è perfetta, nel non lasciar trapelare un segno di vita. Vado a prendere il buffo fallo che avevamo scelto. Non è molto grande, oggi devo avere la mano delicata. Per qualche minuto le tocco la fichetta liscia, su cui la ragazza -devo dire- ha eseguito una depilazione perfetta. Ci gioco, la penetro delicatamente con un dito, poi con due. Come previsto lei non risponde, almeno non con il resto del corpo. Anzi è sempre più rilassata. In fondo si vede che non è morta, tuttavia il suo stato potrebbe essere facilmente preso per un sonno profondo. Si tratta di altro, o forse no. Il suo sesso è caldo e umido. Sembra che debba vivere a spese del resto. Sembra che debba risvegliarsi quando il corpo intorno a esso dorme. A questo punto inserisco il piccolo fallo inorganico. Serve a tappare una bocca per aprirne un'altra. La ragazza con l'autocontrollo che ha interiorizzato ed esercita ormai senza sforzo- riesce a essere come una macchinetta. "È ora che ti risvegli, bambolina!" Lei alza il busto, con gli occhi sbarrati, poi torna a un'espressione normale, ricomincia a muoversi. La bocca di sotto nel suo tappo ha trovato come un ciuccio, che la tiena occupata e permette al resto del corpo di liberarsi. La sua faccia sprizza gioia. Prima la abbraccio, poi la faccio inginocchiare sul letto davanti a me, e finalmente tiro fuori il mio fallo organico, caldo e palpitante, e me lo faccio succhiare con la bocca di sopra. Quando ha finito di ingoiare il mio sperma e di ripulirmi con la sua carezzevole lingua, la bacio sulla fronte e me ne vado. Ci ha sprecato anche il tempo di scrivere il messaggio! Ricordo il messaggio di A., direttamente dagli USA. Eh, si', nel mio girovagare telematico mi sono rivolto anche alle aree messaggi straniere. Per parlarne, se non altro. A. sembrava proprio incarnare il mio sogno. Dolce e forte. Diceva di avere gia' avuto un'altra esperienza del genere con un uomo. E di rimpiangerlo ancora, a volte, per le irripetibili emozioni del loro rapporto. Peccato che dopo un paio di messaggi inizio' a propormi strane forme di collaborazione ad un racconto erotico che stava scrivendo, e che sembrava interessarle molto piu 'di me. Quello che cerco e' molto particolare, lo so. E le donne sono cosi' diffidenti, guardinghe. Ci vuole costanza.

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Non era stata un'idea brillante andare a trovare Frida a Brownshweig d'inverno. Fulvio si era immaginato che in Germania facesse freddo, ma non così freddo. E non perdeva occasione per farglielo notare. Frida sapeva bene l'italiano. Riguardo al rapporto tra Fulvio e il tedesco, era praticamente inesistente. Si erano conosciuti l'anno prima al Politecnico. Per un po' ci aveva provato con Frida, gli sembrava un atto dovuto cercare di sedurre una studentessa erasmus: il fascino della straniera venuta dal nord era innegabile. Comunque lei aveva subito messo in chiaro le cose, così erano rimasti buoni amici. Dopo i primi giorni passati a visitare chiese e birrerie tipiche il posto non offriva molte altre attrattive: certo le case del centro sembravano tutte tipo quella di Hansel e Gretel e la pulizia delle strade era indiscutibile, però non passarono molto tempo che Fulvio si rese conto che quella cittadina nel cuore della Germania tutto sommato era abbastanza pallosa. Gli amici di Frida erano piuttosto insulsi, per quello che avesse potuto capire di loro, il fatto è che non lo tenevano in gran conto: all'inizio sempre interessamenti tipo where are you from o what's your favourite football team, poi in breve tornavano a quella loro lingua barbarica e attorno a Fulvio si creava una cortina di ferro da cui difficilmente riusciva ad uscire. E non è che Frida si interessasse più di tanto alla cosa. A quel punto Fulvio si attaccava al boccale di birra. Fu al terzo risveglio con mal di testa e bocca impastata che stabilì che era ora di darsi una regolata con la birra. Si rese conto che era solo nell'alloggio. Frida gli aveva lasciato un biglietto. Accanto al biglietto c'erano le chiavi di casa e una tessera. Sul biglietto c'era scritto: Per Fulvio. Ho un impegno inaspettato all'università, tornerò verso le tre del pomeriggio. Intanto prova ad andare nella mia palestra, ti lascio la tessera. Così ti fai una bella sudata e fai uscire tutta la birra che hai bevuto! Frida o Fulvio si guardò intorno: ci fosse stato almeno un televisore! Da leggere si era portato qualcosa ma aveva troppo mal di testa. L'unica soluzione per ammazzare la mattinata era la palestra. Non metteva piede in una palestra dai tempi di educazione fisica al liceo. La palestra era nella stessa via del palazzo di Frida, se la ricordava; almeno se si rompeva poteva sempre prendere e tornarsene in casa. La tuta l'aveva già addosso, la usava come pigiama. Appena entrato, lo assalì un tizio superpompato in canottiera con una raffica di tedesco. Fulvio non si era preparato a discussioni con gli indigeni, avanzò un sorriso da deficiente e tirò fuori la tessera di Frida: Friend of Frida! Il tizio allora mostrò di aver capito e gli indicò col braccione una porta: Se l'era cavata ancora bene. Si cambiò le scarpe e si tuffò tra i macchinari; era tutto un luccichio di metallo e tecnologia: c'erano certi vogatori con schermo a cristalli liquidi tipo sala giochi con cui dei ragazzi si sfidavano in gare di canottaggio virtuali, altra gente più o meno atletica era sparpagliata nell'ampio locale.

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Alle cyclette c'erano tre ragazze in pantaloncini elasticizzati e maglietta che pedalavano e parlavano. Delle tre quella al centro era la migliore: si stagliava sulle altre di un bel po' nonostante fossero sulla cyclette, sicuramente era più alta di lui. Prese in mano i pesi e cominciò gli esercizi. Andava su e giù con quei bilancieri, non voleva dare l'idea di essere un novellino. Non passò molto tempo che si rese conto di essere madido di sudore. Sotto la tuta aveva solo la canottiera senza maniche, e di certo non l'avrebbe esibita per niente al mondo. Quelle chiazze nauseanti del resto erano la prova che aveva sudato abbastanza: si diresse verso lo spogliatoio cercando di mantenere le braccia il più possibile aderenti al corpo. Fece la doccia in compagnia dei ragazzi del vogatore. Si stava rivestendo quando notò che i due fusti invece di fare altrettanto si avvolsero gli asciugamani attorno alla vita e si diressero fuori dallo spogliatoio. Nella palestra doveva esserci una sauna. Fulvio non era mai andato in una sauna. Incuriosito si ritolse le mutande e si avvolse l'asciugamano alla vita. Arrivò davanti alla porta in fondo al corridoio titubante: il vetro era appannato dall'interno. Non sapeva se girare o no la maniglia quando sentì dei passi dietro di sé che gli diedero la spinta. Si trovò in una stanzetta molto più piccola di come si aspettasse, completamente rivestita in legno. La stanza si allungava sulla destra: due serie di panche disposte a gradini correvano lungo le due pareti al fondo mentre sulla terza c'era un fornello che riscaldava l'ambiente. I due ragazzi erano seduti di fronte completamente nudi, ma la cosa più interessante della faccenda era che accanto a loro c'era una tipa nella stessa condizione dei due in quanto a vestiti. I tre conversavano amabilmente come se fossero seduti in un qualsiasi pub della città. Fulvio in effetti aveva già sentito che nei paesi nordici la promiscuità nelle saune era un fatto acquisito, ciononostante la situazione restava alquanto insolita, lo assalì un certo imbarazzo. Fu sul punto di girare i tacchi e tornarsene nello spogliatoio, quando da dietro si sentì sfiorare da qualcuno che era entrato: era la vichinga della cyclette. Passò dietro a Fulvio per portarsi al fondo della stanza, si tolse l'accappatoio, l'appoggiò sulla panca più in alto, si sfilò gli zoccoli di sughero e si distese a faccia in su, allungando le braccia sopra la testa per stirarsi: era bellissima. Fulvio non riuscì a staccare lo sguardo finche lei non diede un occhiata verso di lui. Un'occhiata gelida e tagliente come il vento che spazzava le strade di Brownshweig la notte. Prese posto cercando di essere il più lontano possibile da lei. Il cuore gli batteva forte, quella visione lo aveva inebriato di passione in tutto il corpo; fece un lungo respiro per ritrovare il controllo. Aveva fatto un errore: gli estranei non si dovevano mai fissare, tanto più se nudi. Con la coda dell'occhio riusciva a vedere i piedi della ragazza che poggiavano sulla panca; dopo un po' accavallò le ginocchia mantenendo le gambe flesse. Si mise a dondolare il piede e con quel piede dondolavano anche le pupille di Fulvio. La temperatura era alta, in meno di un minuto Fulvio si ritrovò tutto bagnato. Era stupenda la capacità dei corpi di sudare. .

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Sentii pian piano che la punta del suo fallo sfiorava le labbra della mia calda vulva, lo faceva apposta, non voleva penetrarmi ancora e infatti dopo poco scese con la sua bocca sul mio ventre, baciò il mio ventre e i suoi baci ora non erano più violenti ma presero ad essere dolci e caldi, le sue labbra umide scivolavano intorno al mio ombelico e pian piano scendeva sempre piu giù, si soffermò a lungo intorno alle mie cosce dopodichè cominciò a passare la sua morbida lingua intorno alle labbra calde del mio sesso in fremente attesa di essere appagato dal desiderio.. continuò con la sua lingua intorno al mio clitoride e poi ancora baci forti su ciò che per un attimo avevo pensato non lo eccitasse e non gli bastasse più.. ma l'eccitazione ora era talmente forte da non poter pensare altro che a lui e a quanto lo potessi amare. Si accorse che quello era il momento giusto, così risalì in fretta il mio corpo e prese a penetrarmi con dei colpi a tratti forti e decisi e a tratti molto lenti, si eresse dinanzi a me e prese le mie caviglie fra le mani, si portò i miei piedi alla bocca e prese a succhiarli con una passionalità infinita.. smise senza lasciare le mie caviglie e ricominciò a penetrarmi sempre più forte. Sentii che non mi era rimasto ancora molto tempo, ma lui continuava ad un ritmo che toglieva il respiro. Fu l'orgasmo più bello e lungo che potessi immaginare e mentre esalavo gli ultimi gemiti di piacere lo vidi stendersi dolcemente su di me e sentii il mio ventre diventare caldo e riempirsi del suo seme. Ci addormentammo nudi da lì a poco in un caldo e tenero abbraccio fino al mattino seguente. Non parlammo mai più di quello che io avevo scoperto su di lui e nemmeno di quell'intensa e stupenda notte d'amore passata insieme. Nel silenzio dei suoi gesti di quella notte c'era una spiegazione che valeva molto più di mille domande che avrei potuto fargli e di mille risposte che avrebbe potuto darmi. Capii che il nostro amore e la nostra intesa amorosa andavano oltre quelle due righe fredde e anonime che oramai non avevano più senso nè valore sia per me che per lui. Ci accordammo per la mattina successiva. Quella notte fu lunghissima; dormii male, non potevo fare a meno di pensare al momento in cui saremmo rimasti da soli in casa sua. Ma conclusi che non dovevo farmi illusioni, dopotutto quella situazione poteva tranquillamente risolversi con un favore di buon vicinato. La mattina successiva mi presentai con la dovuta attrezzatura, mi accolse con un sorriso solare e mi chiese se prendevo un caffè; mi girò le spalle per prepararlo, e i miei occhi percorsero la sua figura lentamente, soffermandosi su ogni elemento che rendeva quella donna irresistibile. Bevvi il caffè e mi misi all'opera, quel lavoretto per me era un gioco e ci impiegai ben poco. La tenda, accuratamente stirata, era distesa sul divano; le offrii il mio aiuto per montarla e lo accettò, ringraziandomi con uno dei suoi splendidi sorrisi.Una pulitina veloce e fummo pronti a concludere l'opera.

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Postato da MiKy il 22.03.05 08:26