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29.04.05

Nessuna Ragione

E’ sopra di me, schiacciata dal suo peso affondo dentro il materasso di lana. Il suo alito di vino e di non digerito mi nausea. Mi fotte senza parlare, come fa tutte le volte che inizia, quando il suo pene è ancora molle ed a malapena è riuscito ad entrare.
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Niente preliminari, perché il tempo che rimane lo passa qui dentro, nelle pieghe della mia carne che conosce a memoria. Ma tra poco il suo piacere salirà, oltre il contegno dell’uomo borghese tutto d’un pezzo, oltre la forma lasciata sul tavolo ancora apparecchiato. Tra poco salirà e mi dirà “puttana” e cercherà le parole che mai e poi mai m’avrebbe detto guardandomi negli occhi, che mai e poi mai userebbe con gli altri. Poi subito dopo mi dirà di allargare le cosce, perché il suo uccello ormai duro ha bisogno di spazio e vola libero nel mio corpo e sale possente fino a sfiancarmi le pareti che ormai umide e accoglienti non fanno più attrito. Mi farà godere, godere davvero per secondi e minuti fino ad urlagli di continuare e di smettere, di prendermi ancora e di lasciarmi respirare. E m’invaderà di concetto e desiderio che mi frega da anni, di cazzo e scemenza fino ad essere certa di non poterne fare a meno, che sola sarei se non ci fosse mai stato. E le mie grida di piacere riempiranno le sue orecchie, il suo orgoglio di maschio che coglierà dritto nel segno senza perdere colpi. Ma non finirà così, non scaricherà il suo liquido dentro. Non ci pensa nemmeno! Tra poco uscirà senza darmene conto e mi dirà di voltarmi, toglierà le lenzuola per guardami da dietro. “Eva, hai un bel culo.” Sussurrerà scostandomi appena le mutande, sempre le stesse, le stesse da sempre. Lo bacerà, lo bacerà di sicuro, perché la sua voglia non può farne a meno, perché il suo membro scivolerà come davanti, perché la sua lingua trasmette al cervello sapori che accetta solo in questi momenti. E mi dirà che di puttane ne ha infilate per anni, le ha pagate d’amore e di denaro contante, nei bordelli d’Oriente come nei salotti borghesi, che l’invitavano dentro come scampagnate fuori porta. Ma questo che ora sta accarezzando è diverso, incute timore e saggezza dove è più facile obbedire e farsi rapire. Tra le pieghe che s’incurvano cieche affonda le dita per studiare il percorso, per svelare il mistero di tanta attrazione che come magnete lo invita di dentro. Ma non mi penetrerà subito, all’istante, continuerà a guardarmi nel buco del culo e domandarsi come fa a dargli piacere, a sentirsi più maschio proprio dove un uomo potrebbe dargli lo stesso. Mi dirà di afferrare la spalliera e stringerla forte perché un uragano di rabbia e piacere sta esplodendo senza dare avvisaglia.

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Ora lo sento, come ramo secco m’infila senza avvertire il dolore che soffro quando ancora l’impatto non ha raggiunto il piacere, quando ancora i suoi centimetri non l’hanno riempito del tutto. Tiro il fiato e mi chiudo la bocca, perché non sopporterebbe un urlo scomposto che con l’amore ha poco da spartire. Premuroso mi dirà di respirare più forte, di allargarlo alla sua voglia che comunque non recederebbe di un niente, perché è troppa la passione che reclama e s’appropria senza il minimo dubbio di chiedere permesso. Ecco ora lo sento, il percorso controcorrente ha ultimato il tragitto, è più vicino al cuore, più vicino alla mente che ora l’accetta come il sole di giorno o come un temporale durante un matrimonio. Ora mi dirà che mai nessuna gli ha dato così tanto, che con sua moglie non è lo stesso, che la sua vita è passata inutilmente prima d’incontrarmi quella sera per caso. Mi prese quasi subito, alzando leggermente la gonna, addosso ad un muro in una via del centro, mentre la mia amica Gloria m’aspettava impaziente. Ma quella sera s’è persa negli anni, nella nebbia che ci copriva da occhi indiscreti e nel corso del tempo ha attutito sogni e speranze di una donna che aspetta come se ancora fosse quel giorno. Lo sento, ora è al culmine del suo piacere e mi sbatte e risbatte senza nemmeno pensare che ogni colpo mi porta bruciore, che ogni colpo mi devasta gli anni che corrono veloci riempiti da promesse sfilacciate che hanno perso poesia e vigore. Ed il presente è questo buco di culo che non s’è mai ribellato, neanche quella volta, la prima, che vergine ed intatto soffriva dolore, perché pensavo, come adesso, che niente di meglio m’avrebbero mai lacerato. Ed il presente è quest’uomo che fa giuramenti e strappa consenso, quest’uomo che mi prende da dietro perché si eccita a non vedermi la faccia, questa speranza che domani sarà mio senza più concorrenza e ombra di donna che schiaccio senza far male. Ed il presente è quest’uomo che ossessivamente si eccita a farmi raccontare l’unica volta che l’ho tradito davvero. Era un suo amico e lui ha fatto del tutto che finisse come è finita, nelle braccia dell’altro a raccontare i miei sogni mentre quella mano saliva. Saliva lungo le pieghe della calza fino a sfiorare le stringhe, saliva verso la mia convinzione che dovevo accettarla per forza, saliva fino ad inumidirsi le dita e rubarmi ragione.

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E poi su un divano a trattenere il piacere che misto ad orgoglio mi faceva più fiera d’essere stata all’altezza di uno scellerato disegno. E tra poco mi farà rivisitare ogni momento di quando quella mano rasentò la stoffa di seta e di quanto le mie cosce erano strette e allargate in tacita attesa. E poi mi domanderà quanto unica fosse quella volta e quante altre volte sono andata vicina al peccato, fermandomi in tempo. E mentre i miei giuramenti si sforzano di esser creduti, lo sento, lo sento ancora più duro, frenetico e aspetto, aspetto quel liquido caldo che come ogni volta si fa desiderare. Vorrei gridargli di fare più in fretta, ma rallenta perché non contento, perché non si sente sicuro d’avermi smontata, d’avermi fatto sua come nessun altro potrebbe mai fare. E’ certo che il suo sesso non mi basta per saziarmi a lungo, non è sufficiente ad appagarmi le voglie per una settimana, perché solo tra sette giorni potrò riaverlo, potrò preparargli un’altra cena e poi subito su questo letto. E sentirò di nuovo questo alito di non digerito, e mi riempirà come se non fosse passato del tempo, come se la vita fosse tutta qui dentro e la gioia una cena, una stanza e quei fiori all’ingresso. Lo sento, è impaziente. Ha paura di allungare i minuti e fare più tardi, che la moglie salga sopra il sospetto e materializzi finalmente una splendida donna che lo consuma come questa candela sul comodino che brucia il tempo rimasto. Tra poco si spegne e sarà tardi davvero e senza farsi la doccia si rivestirà cercando di non dare nell’occhio, preoccupato, a suo dire, che il garage sta chiudendo. Ma ora è ancora qui che mi vorrebbe posseduta e distrutta, e mi rivolta e mi riempie in ogni dove il mio orgasmo è finito da tempo. Non c’è sensazione che tenga, sogno che possa ravvivare il mio corpo, aspetta soltanto il suo seme che mi bagna soltanto perché altro non deve fare, perché di un figlio non si deve parlare, e nemmeno accennare a quella volta quando per errore lievitò il mio ventre e per lo stesso errore ancora lo rimpiango. Ma il tempo è passato come gli anni che mi porto appresso, domani al telefono e per altri sei giorni, camminerò ovattata senza ascoltare nessuno, perché basterebbe un niente, un concetto per rendermi conto. Ma convincerebbe solo la ragione che non nutre l’amore e non riempie l’attesa, che non fa perdere colpi a questo cuore impaziente. E non doma questo uomo che continua a cercami nei punti più oscuri che il mio corpo può offrirgli senza nessuna ragione senza nessuna giustizia.

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Un Fine Settimana
Il lunedi ero distrutta da quanto raccontato precedentemente, il martedi ugale, poi finalamente il mercoledi mi decido a richiamare Paolo. Fissiamo per un incontro il giorno seguente nello stesso pub della settimana prima, quando arrivo loro sono già al tavolo, due birre davanti e appena mi vedono si alzarono in piedi per salutarmi.Mi siedo, ordino la mia birra e iniziamo ad osservare la gente presente nel locale ironizzando e fantasticando su come si comportassero a letto, che tipi di rapporti potessero prediligere in funzione della faccia che si ritrovavano. Ormai tra noi non esistono più tabù o freni morali, questi due mi hanno fottuta culo e fica per un pomeriggio intero. Il discorso è servito senza dubbio a scaldarci e verso la mezzanotte i miei due stalloni, senza tanti preamboli, mi invitano a fare una “sveltina”. Usciamo dal locale montiamo sulla macchina di Paolo e ci dirigiamo verso XXX, un posto arcinoto freguentato da coppiette in macchina.I due super-organizzati stendono dei giornali sui vetri e vanno a sedersi sul sedile posteriore, abbassano i pantaloni e io mi devo limitare a succhiare i loro uccelli, visto che lo spazio, solitamente angusto per due in tre era veramente invivibile. Non c’e spazio sufficiente per farmi infilare e mi limito a farmi toccare un po’. Non mi fanno penare poi molto, sono eccitatissimi e dopo un po’ che li stò spompinando, e che loro avidamente smanaccano sul mio seno, a turno, prima Paolo e poi Claudio, vengono con una copiosa sborrata, che Paolo mi chiede di ingerire per salvare la tappezzeria.Lo avrei fatto anche se ci fossimo trovati in mezzo al mare! Prima di congedarsi rifissiamo per il sabato, sempre alla solita casa di campagna e, devo dire con sorpresa, mi chiedono se per quel giorno avessi potuto rasarmi completamente la micetta e se potevo indossare qualcosa di particolarmente ecccitante, oltre al fatto che mi sarei dovuta trattenere a dormire e poi tutta la domenica. Isomma un fine settimana da sballo!!

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Gli amici di Frida erano piuttosto insulsi, per quello che avesse potuto capire di loro, il fatto è che non lo tenevano in gran conto: all'inizio sempre interessamenti tipo where are you from o what's your favourite football team, poi in breve tornavano a quella loro lingua barbarica e attorno a Fulvio si creava una cortina di ferro da cui difficilmente riusciva ad uscire. E non è che Frida si interessasse più di tanto alla cosa. A quel punto Fulvio si attaccava al boccale di birra. Fu al terzo risveglio con mal di testa e bocca impastata che stabilì che era ora di darsi una regolata con la birra. Si rese conto che era solo nell'alloggio. Frida gli aveva lasciato un biglietto. Accanto al biglietto c'erano le chiavi di casa e una tessera. Sul biglietto c'era scritto: Per Fulvio. Ho un impegno inaspettato all'università, tornerò verso le tre del pomeriggio. Intanto prova ad andare nella mia palestra, ti lascio la tessera. Così ti fai una bella sudata e fai uscire tutta la birra che hai bevuto! Frida o Fulvio si guardò intorno: ci fosse stato almeno un televisore! Da leggere si era portato qualcosa ma aveva troppo mal di testa. L'unica soluzione per ammazzare la mattinata era la palestra. Non metteva piede in una palestra dai tempi di educazione fisica al liceo. La palestra era nella stessa via del palazzo di Frida, se la ricordava; almeno se si rompeva poteva sempre prendere e tornarsene in casa. La tuta l'aveva già addosso, la usava come pigiama. Appena entrato, lo assalì un tizio superpompato in canottiera con una raffica di tedesco. Fulvio non si era preparato a discussioni con gli indigeni, avanzò un sorriso da deficiente e tirò fuori la tessera di Frida: Friend of Frida! Il tizio allora mostrò di aver capito e gli indicò col braccione una porta: Se l'era cavata ancora bene. Si cambiò le scarpe e si tuffò tra i macchinari; era tutto un luccichio di metallo e tecnologia: c'erano certi vogatori con schermo a cristalli liquidi tipo sala giochi con cui dei ragazzi si sfidavano in gare di canottaggio virtuali, altra gente più o meno atletica era sparpagliata nell'ampio locale. Alle cyclette c'erano tre ragazze in pantaloncini elasticizzati e maglietta che pedalavano e parlavano. Delle tre quella al centro era la migliore: si stagliava sulle altre di un bel po' nonostante fossero sulla cyclette, sicuramente era più alta di lui. Prese in mano i pesi e cominciò gli esercizi. Andava su e giù con quei bilancieri, non voleva dare l'idea di essere un novellino. Non passò molto tempo che si rese conto di essere madido di sudore. Sotto la tuta aveva solo la canottiera senza maniche, e di certo non l'avrebbe esibita per niente al mondo. Quelle chiazze nauseanti del resto erano la prova che aveva sudato abbastanza: si diresse verso lo spogliatoio cercando di mantenere le braccia il più possibile aderenti al corpo. Fece la doccia in compagnia dei ragazzi del vogatore. Si stava rivestendo quando notò che i due fusti invece di fare altrettanto si avvolsero gli asciugamani attorno alla vita e si diressero fuori dallo spogliatoio. Nella palestra doveva esserci una sauna. Fulvio non era mai andato in una sauna. Incuriosito si ritolse le mutande e si avvolse l'asciugamano alla vita. Arrivò davanti alla porta in fondo al corridoio titubante: il vetro era appannato dall'interno. Non sapeva se girare o no la maniglia quando sentì dei passi dietro di sé che gli diedero la spinta. Si trovò in una stanzetta molto più piccola di come si aspettasse, completamente rivestita in legno.

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Postato da MiKy il 13:14

10.04.05

La Promessa

Sarà che sotto la gonna c’è una femmina intatta, che tra le mie gambe si sgranano sogni, come sabbia di fiume inzuppati ed a grumi, dal desiderio scomposto che mi prende di notte, e mi vorrebbe già preda di un uomo qualunque, che a caso lo incontro e mi legge negli occhi, l’astinenza degli anni, il vuoto tra i seni.
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Non ci sono rimpianti, non ci sono rinunce, ma solo certezze che possa accadere, sostituirmi la mano che ogni sera padrona, slarga le pieghe e inumidisce la brama, e si materializza di carne in un sogno che m’entra, che tappa il mio sesso come se fosse una bocca, che isterica urla e non sente ragioni, per poi rabbonirsi come se ci fosse del miele, sulla punta del dito che leggera si bagna, di residui e detriti d’un’anima munta. Sarà che ogni sera metto calze più scure, perché il lutto che sento non è dalle parti del cuore, che sotto la gonna c’è un ricamo infedele, che mi dà brividi quando stringo le gambe. Chi mi incontra di giorno non potrebbe capire, cosa imperversa tra queste pieghe di pelle, mentre cammino tra gli abeti ed aspetto, un colpo di vento che s’insinui leggero, quel tanto o quel niente che mi scoperchi la gonna, un alito denso come fiato di voglia, che mi faccia vedere più bella e mignotta, e mi scopra le gambe ed il mondo s’accorga, che oltre al ricamo non ci sono mutande. Dove sono finiti gli uomini adesso, che non hanno bisogno di chiederti scusa, ti seguono e ti fanno sentire regina, lungo il parapetto che scende giù al fiume, ti dicono bella cose se davvero lo fossi, ed usano il sesso per tapparti la bocca, perché quello che dici sono tutte cazzate, perché quello che provi non sono parole, e l’anima vuota ha bisogno di altro. Perché chi l’ha detto che una donna in lutto debba per forza portare mutande? Perché chi l’ha detto che un uomo che passa, non abbia il permesso d’alzarmi la gonna, di vedere che sotto c’è una donna normale, che ha scontato per anni il pianto del cuore. Se sapessero che sono dieci anni, che ad ogni tramonto vengo ad incontrare il destino, a caso qualunque, bello e solenne, si concretizzi di carne come l’ultima volta, tra queste sterpaglie e il fiume di fianco, tra le sue braccia potenti e l’amore di fronte. Sono stati giuramenti e singhiozzi, promesse che nessun altro si sarebbe adagiato, nel ventre che offrivo al suo sesso perfetto, di voglia e misura preciso alle labbra, di un cuore che batte e ancora l’aspetta.

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Ogni volta ripasso le parole a memoria, se tra quelle promesse ci fosse un’inezia, una scappatoia che oggi mi laverebbe la colpa, se a caso cedessi ai miei seni bollenti. Ma poi ripenso ai suoi ultimi giorni, d’un destino segnano verso la fine, erano pianti e la sua faccia distrutta, poi uno squillo improvviso e la notizia di notte. Scendo le scale lungo il bordo del fiume, tra i ciuffi d’erba che affiorano appena, tra le crepe d’asfalto intrise di muffa, ho paura che i miei tacchi non facciano rumore, che muta cammino e nessuno mi veda, chiudo gli occhi e i miei timori non hanno più senso, di colpo li sento che s’accalcano a frotte, mi dicono bella con le voci e le mani, con i respiri pensanti che sanno di aglio, mi dicono troia come se davvero lo fossi, senza sapere che son dieci anni che aspetto, che ogni sera al tramonto mi lascio strusciare, dalle foglie bagnate di una siepe d’alloro. Se invece sapessero che mi lascio scopare, dal vento che soffia per non avere una colpa e rimanere fedele all’unico uomo che ho perso per sempre. Ci sono dei giorni che rimango a pensare, che non c’è tradimento se non esiste l’amore, che il sesso è soltanto un’urgenza impellente, come il bere il mangiare o quando t’alzi di notte, ma sono pensieri di una povera illusa, che sogna che freme che vagheggia distrutta, dal desiderio scomposto che le slabbra le gambe. Avessi vent’anni, vent’anni di meno, non avrei modo per andare di fretta, lascerei che questo lutto si scolorasse pian piano, si tingesse d’azzurro e del turchese che amo. Sarà questo nero che porto, che mi fa ancora più bella, mi sfina le gambe e m’accarezza leggera, sotto la gonna sento un mondo che passa, un vociare di gente un vento che soffia. Lungo questo tramonto d’alloro e d’abeti, s’allunga la coda d’odori di sesso, sento una mano che sale e mi prende, dei fischi distanti ed un abbaiare di cani, sono rutti e bestemmie parole straniere, sono fiati di vino che mi leccano il collo, dita di calli che raschiano il seno, e mi fanno l’amore senza guardare, perché il viso non serve ed hanno ragione. Eccoli li sento, c’è una folla che preme, che urla, che avanza, che gode e s’accalca, sono tanti e li sento, tra le gambe e lungo le sponde, di questo fiume che prima, avrei giurato davvero, non ci fosse nessuno.

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Quella mattina una festa strana, c’è molta gente che conosco, ma non m’importa, la mascherina e i capelli acconciati diversamente rendono dubbia la mia identità. Non che m’importi molto di nascondermi, ma è per proteggere qualcuno… Mi butto in mezzo alla pista, dove i giovani scatenati si sballano aiutandosi con alcol e fumo. Ballo anche io, lasciandomi trascinare dalle note di qua e di là. La birra mi fa girare un po’ la testa, ma è l’unica cosa che ho trovato che mi permetta di avere più coraggio e di farmi restare in piedi. Mi trovo a ballare in mezzo a un gruppo di ragazzi che si strusciano su di me, ma io li scosto. E poi d’improvviso appari tu. Sulle note di una musica etno ti avvicini e mi saluti. Io ti conosco, ti ho riconosciuto e forse era proprio te che ho sempre cercato dall’inizio della serata o della vita…tu non mi hai riconosciuto, ma anche tu mi cercavi senza saperlo da quando sei nata. Iniziamo a ballare, la musica ci avvicina e i ragazzi fanno cerchio intorno a noi per vederci mentre ci stringiamo sempre più, le mani che scorrono sul corpo e lo sguardo che corre dentro agli occhi. Bella…sei bella sotto la luce offuscata del pub. È un lento che ci fa abbracciare dolcemente, quella dolcezza mai trovata in mani maschili sul mio corpo; non esiste nulla intorno a noi, non la folla che balla e non i ragazzi che ci guardano eccitati, solo noi e la musica. Le mani sul corpo e il respiro sul collo tra i capelli, tra il profumo lieve che inebria più dell’alcol, tra l’abbraccio che mi stringe il collo e la pelle rosea della guancia che sfiora la mia. Le mie mani sui fianchi accarezzano la seta della tua camicia, e più sotto la seta della tua pelle e le curve dolci che si disegnano da sé, senza bisogno di guardarle. Il tuo seno aderisce al mio, il tuo ventre respira con me intimamente; sento le tue labbra sfiorare la mia pelle, ti volti verso il mio sguardo che era celato fin ora dal velo delle palpebre e mi parli. Non so come posso udirti tanto chiaramente tra le note e gli urli della folla, probabilmente ti leggo sulle labbra o negli occhi ciò che dici. Sussurri appena “come ti chiami?”. Non te lo dirò, non posso dirtelo, ti deve prendere il mio sguardo e il mio tocco, non il mio nome. Sorrido appena, alzando un sopraciglio e il tuo respiro si fa più vicino, anima tra le labbra discoste che sanno lievemente di birra. Ti bacio. Mi baci. È un attimo chiudere gli occhi e trovarsi nei tuoi, le labbra rosee e tiepide premute sulle mie, la tua lingua che cerca la mia bocca e si insinua tra le mie labbra violandole con forza; la folla di ragazzi si è fatta più compatta e urla sempre più parole sconce, ma non scalfiscono il nostro piccolo universo di lingue che si intrecciano.

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Sento la tua pelle fremere sotto i vestiti, sento le tue curve affannarsi nel cercare un contatto, seppur fugace contro il mio corpo o contro le mie mani. Non ti voglio dare soddisfazione, voglio accrescere la tua voglia fino al limite, fino a quando sarai schiava delle mie carezze e del mio sguardo. Le tue mani mi accarezzano, accarezzano i capelli e il collo, le guance, dolce tocco vellutato e la schiena, ma si soffermano sui fianchi, impazienti di continuare la loro corsa tra i miei segreti. Non so se vorrò davvero concederti questo privilegio, voglio essere io a scoprirti e farti vibrare, non voglio cadere nella mia stessa trappola. Poi sarei costretta a togliermi la maschera. Le mie mani si fanno più audaci, e lo gradisci, lo capisco dai capezzoli che spingono contro i miei al di sotto della camicia e da come ti strusci contro di me. Ti accarezzo il sedere, beandomi della sua perfezione e uno dei ragazzi si avvicina provando a toccarci. Ti stacchi e con sguardo di fuoco gli mostri il dito medio. Bella. Bella e guerriera. Mi hai già preso qualcosa nel fondo dei sensi, qualcosa di più di quello che avevo previsto. Mi prendi per mano e mi trascini verso i divanetti che costeggiano la sala; ti faccio, cambiare direzione, so io dove andare per soddisfare ciò che vuoi, molto più di qualche tocco rubato. Mi avvicino al banco e ordino una birra, mentre ti stringo la mano per dirti di stare al gioco. La cameriera si allontana e io infilo una mano sotto al bancone e rubo la chiave di una saletta privata, sgusciando poi tra la folla per sparire dalla vista. Ridi della mia bravata; ci sentiamo ladre, e questo aumenta la tua eccitazione, lo sento da come stringi la mia mano e sfreghi la pelle del mio polso con il pollice. Entriamo nella saletta e chiudo la porta a chiave; la stanza ha al centro un divano ed è rischiarata dalla luce di un lampione, fuori. Ti bacio e finalmente posso toccarti e ti concedo di sfiorarmi un poco, senza abbandonarmi troppo a te. Ti slaccio la camicetta, scoprendo il tuo seno sodo, svettante con i capezzoli rigidi e graziosi. Ti tocco, e lo sfiorarti mi provoca un’enorme eccitazione. Le lingue si incrociano di nuovo, con più passione, poi la mia scende lentamente ad aiutare le mani e circonda i capezzoli, ci gioca; ti succhio con trasporto, mordendoti delicatamente. So che ti piace, piacere e dolore, dolore e piacere…Sento il tuo respiro farsi più profondo, mentre continuo a toccarti e a leccarti; una mano scende verso il tuo sedere, così perfetto e sodo e stringe la carne, accarezza pienamente la sua rotondità e si spinge anche più sotto. Ti slaccio i pantaloni e li sfilo, ammirando le tue curve e sentendo vago il tuo profumo. Ti spingo verso il divanetto e ti sdraio sui cuscini, liberandoti da ogni indumento, comprese le mutandine intrise dei tuoi umori. Mi lusinga il vederti così bagnata, e continuo il mio lavoro.

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Indossa solo un corsetto nero e un paio di calze nere con i reggicalze anch'essi neri. le divarico leggermente le gambe, e lei mi lascia fare con la docilità delle cose inanimate. La sua recitazione è perfetta, nel non lasciar trapelare un segno di vita. Vado a prendere il buffo fallo che avevamo scelto. Non è molto grande, oggi devo avere la mano delicata. Per qualche minuto le tocco la fichetta liscia, su cui la ragazza -devo dire- ha eseguito una depilazione perfetta. Ci gioco, la penetro delicatamente con un dito, poi con due. Come previsto lei non risponde, almeno non con il resto del corpo. Anzi è sempre più rilassata. In fondo si vede che non è morta, tuttavia il suo stato potrebbe essere facilmente preso per un sonno profondo. Si tratta di altro, o forse no. Il suo sesso è caldo e umido. Sembra che debba vivere a spese del resto. Sembra che debba risvegliarsi quando il corpo intorno a esso dorme. A questo punto inserisco il piccolo fallo inorganico. Serve a tappare una bocca per aprirne un'altra. La ragazza con l'autocontrollo che ha interiorizzato ed esercita ormai senza sforzo- riesce a essere come una macchinetta. "È ora che ti risvegli, bambolina!" Lei alza il busto, con gli occhi sbarrati, poi torna a un'espressione normale, ricomincia a muoversi. La bocca di sotto nel suo tappo ha trovato come un ciuccio, che la tiena occupata e permette al resto del corpo di liberarsi. La sua faccia sprizza gioia. Prima la abbraccio, poi la faccio inginocchiare sul letto davanti a me, e finalmente tiro fuori il mio fallo organico, caldo e palpitante, e me lo faccio succhiare con la bocca di sopra. Quando ha finito di ingoiare il mio sperma e di ripulirmi con la sua carezzevole lingua, la bacio sulla fronte e me ne vado. Ci ha sprecato anche il tempo di scrivere il messaggio! Ricordo il messaggio di A., direttamente dagli USA. Eh, si', nel mio girovagare telematico mi sono rivolto anche alle aree messaggi straniere. Per parlarne, se non altro. A. sembrava proprio incarnare il mio sogno. Dolce e forte. Diceva di avere gia' avuto un'altra esperienza del genere con un uomo. E di rimpiangerlo ancora, a volte, per le irripetibili emozioni del loro rapporto. Peccato che dopo un paio di messaggi inizio' a propormi strane forme di collaborazione ad un racconto erotico che stava scrivendo, e che sembrava interessarle molto piu 'di me. Quello che cerco e' molto particolare, lo so. E le donne sono cosi' diffidenti, guardinghe. Ci vuole costanza. Non era stata un'idea brillante andare a trovare Frida a Brownshweig d'inverno. Fulvio si era immaginato che in Germania facesse freddo, ma non così freddo. E non perdeva occasione per farglielo notare. Frida sapeva bene l'italiano. Riguardo al rapporto tra Fulvio e il tedesco, era praticamente inesistente. Si erano conosciuti l'anno prima al Politecnico. Per un po' ci aveva provato con Frida, gli sembrava un atto dovuto cercare di sedurre una studentessa erasmus: il fascino della straniera venuta dal nord era innegabile. Comunque lei aveva subito messo in chiaro le cose, così erano rimasti buoni amici. Dopo i primi giorni passati a visitare chiese e birrerie tipiche il posto non offriva molte altre attrattive: certo le case del centro sembravano tutte tipo quella di Hansel e Gretel e la pulizia delle strade era indiscutibile, però non passarono molto tempo che Fulvio si rese conto che quella cittadina nel cuore della Germania tutto sommato era abbastanza pallosa.

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Postato da MiKy il 13:54