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10.04.05
La Promessa
Sarà che sotto la gonna cè
una femmina intatta, che tra le mie gambe si sgranano sogni, come
sabbia di fiume inzuppati ed a grumi, dal desiderio scomposto che
mi prende di notte, e mi vorrebbe già preda di un uomo qualunque,
che a caso lo incontro e mi legge negli occhi, lastinenza
degli anni, il vuoto tra i seni.
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Non ci sono rimpianti, non ci sono rinunce, ma solo certezze che possa accadere, sostituirmi la mano che ogni sera padrona, slarga le pieghe e inumidisce la brama, e si materializza di carne in un sogno che mentra, che tappa il mio sesso come se fosse una bocca, che isterica urla e non sente ragioni, per poi rabbonirsi come se ci fosse del miele, sulla punta del dito che leggera si bagna, di residui e detriti dunanima munta. Sarà che ogni sera metto calze più scure, perché il lutto che sento non è dalle parti del cuore, che sotto la gonna cè un ricamo infedele, che mi dà brividi quando stringo le gambe. Chi mi incontra di giorno non potrebbe capire, cosa imperversa tra queste pieghe di pelle, mentre cammino tra gli abeti ed aspetto, un colpo di vento che sinsinui leggero, quel tanto o quel niente che mi scoperchi la gonna, un alito denso come fiato di voglia, che mi faccia vedere più bella e mignotta, e mi scopra le gambe ed il mondo saccorga, che oltre al ricamo non ci sono mutande. Dove sono finiti gli uomini adesso, che non hanno bisogno di chiederti scusa, ti seguono e ti fanno sentire regina, lungo il parapetto che scende giù al fiume, ti dicono bella cose se davvero lo fossi, ed usano il sesso per tapparti la bocca, perché quello che dici sono tutte cazzate, perché quello che provi non sono parole, e lanima vuota ha bisogno di altro. Perché chi lha detto che una donna in lutto debba per forza portare mutande? Perché chi lha detto che un uomo che passa, non abbia il permesso dalzarmi la gonna, di vedere che sotto cè una donna normale, che ha scontato per anni il pianto del cuore. Se sapessero che sono dieci anni, che ad ogni tramonto vengo ad incontrare il destino, a caso qualunque, bello e solenne, si concretizzi di carne come lultima volta, tra queste sterpaglie e il fiume di fianco, tra le sue braccia potenti e lamore di fronte. Sono stati giuramenti e singhiozzi, promesse che nessun altro si sarebbe adagiato, nel ventre che offrivo al suo sesso perfetto, di voglia e misura preciso alle labbra, di un cuore che batte e ancora laspetta.
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Ogni volta ripasso le parole a memoria, se tra quelle promesse ci fosse uninezia, una scappatoia che oggi mi laverebbe la colpa, se a caso cedessi ai miei seni bollenti. Ma poi ripenso ai suoi ultimi giorni, dun destino segnano verso la fine, erano pianti e la sua faccia distrutta, poi uno squillo improvviso e la notizia di notte. Scendo le scale lungo il bordo del fiume, tra i ciuffi derba che affiorano appena, tra le crepe dasfalto intrise di muffa, ho paura che i miei tacchi non facciano rumore, che muta cammino e nessuno mi veda, chiudo gli occhi e i miei timori non hanno più senso, di colpo li sento che saccalcano a frotte, mi dicono bella con le voci e le mani, con i respiri pensanti che sanno di aglio, mi dicono troia come se davvero lo fossi, senza sapere che son dieci anni che aspetto, che ogni sera al tramonto mi lascio strusciare, dalle foglie bagnate di una siepe dalloro. Se invece sapessero che mi lascio scopare, dal vento che soffia per non avere una colpa e rimanere fedele allunico uomo che ho perso per sempre. Ci sono dei giorni che rimango a pensare, che non cè tradimento se non esiste lamore, che il sesso è soltanto unurgenza impellente, come il bere il mangiare o quando talzi di notte, ma sono pensieri di una povera illusa, che sogna che freme che vagheggia distrutta, dal desiderio scomposto che le slabbra le gambe. Avessi ventanni, ventanni di meno, non avrei modo per andare di fretta, lascerei che questo lutto si scolorasse pian piano, si tingesse dazzurro e del turchese che amo. Sarà questo nero che porto, che mi fa ancora più bella, mi sfina le gambe e maccarezza leggera, sotto la gonna sento un mondo che passa, un vociare di gente un vento che soffia. Lungo questo tramonto dalloro e dabeti, sallunga la coda dodori di sesso, sento una mano che sale e mi prende, dei fischi distanti ed un abbaiare di cani, sono rutti e bestemmie parole straniere, sono fiati di vino che mi leccano il collo, dita di calli che raschiano il seno, e mi fanno lamore senza guardare, perché il viso non serve ed hanno ragione. Eccoli li sento, cè una folla che preme, che urla, che avanza, che gode e saccalca, sono tanti e li sento, tra le gambe e lungo le sponde, di questo fiume che prima, avrei giurato davvero, non ci fosse nessuno.
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Quella mattina una festa strana, cè molta gente che conosco, ma non mimporta, la mascherina e i capelli acconciati diversamente rendono dubbia la mia identità. Non che mimporti molto di nascondermi, ma è per proteggere qualcuno Mi butto in mezzo alla pista, dove i giovani scatenati si sballano aiutandosi con alcol e fumo. Ballo anche io, lasciandomi trascinare dalle note di qua e di là. La birra mi fa girare un po la testa, ma è lunica cosa che ho trovato che mi permetta di avere più coraggio e di farmi restare in piedi. Mi trovo a ballare in mezzo a un gruppo di ragazzi che si strusciano su di me, ma io li scosto. E poi dimprovviso appari tu. Sulle note di una musica etno ti avvicini e mi saluti. Io ti conosco, ti ho riconosciuto e forse era proprio te che ho sempre cercato dallinizio della serata o della vita tu non mi hai riconosciuto, ma anche tu mi cercavi senza saperlo da quando sei nata. Iniziamo a ballare, la musica ci avvicina e i ragazzi fanno cerchio intorno a noi per vederci mentre ci stringiamo sempre più, le mani che scorrono sul corpo e lo sguardo che corre dentro agli occhi. Bella sei bella sotto la luce offuscata del pub. È un lento che ci fa abbracciare dolcemente, quella dolcezza mai trovata in mani maschili sul mio corpo; non esiste nulla intorno a noi, non la folla che balla e non i ragazzi che ci guardano eccitati, solo noi e la musica. Le mani sul corpo e il respiro sul collo tra i capelli, tra il profumo lieve che inebria più dellalcol, tra labbraccio che mi stringe il collo e la pelle rosea della guancia che sfiora la mia. Le mie mani sui fianchi accarezzano la seta della tua camicia, e più sotto la seta della tua pelle e le curve dolci che si disegnano da sé, senza bisogno di guardarle. Il tuo seno aderisce al mio, il tuo ventre respira con me intimamente; sento le tue labbra sfiorare la mia pelle, ti volti verso il mio sguardo che era celato fin ora dal velo delle palpebre e mi parli. Non so come posso udirti tanto chiaramente tra le note e gli urli della folla, probabilmente ti leggo sulle labbra o negli occhi ciò che dici. Sussurri appena come ti chiami?. Non te lo dirò, non posso dirtelo, ti deve prendere il mio sguardo e il mio tocco, non il mio nome. Sorrido appena, alzando un sopraciglio e il tuo respiro si fa più vicino, anima tra le labbra discoste che sanno lievemente di birra. Ti bacio. Mi baci. È un attimo chiudere gli occhi e trovarsi nei tuoi, le labbra rosee e tiepide premute sulle mie, la tua lingua che cerca la mia bocca e si insinua tra le mie labbra violandole con forza; la folla di ragazzi si è fatta più compatta e urla sempre più parole sconce, ma non scalfiscono il nostro piccolo universo di lingue che si intrecciano.
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Sento la tua pelle fremere sotto i vestiti, sento le tue curve affannarsi nel cercare un contatto, seppur fugace contro il mio corpo o contro le mie mani. Non ti voglio dare soddisfazione, voglio accrescere la tua voglia fino al limite, fino a quando sarai schiava delle mie carezze e del mio sguardo. Le tue mani mi accarezzano, accarezzano i capelli e il collo, le guance, dolce tocco vellutato e la schiena, ma si soffermano sui fianchi, impazienti di continuare la loro corsa tra i miei segreti. Non so se vorrò davvero concederti questo privilegio, voglio essere io a scoprirti e farti vibrare, non voglio cadere nella mia stessa trappola. Poi sarei costretta a togliermi la maschera. Le mie mani si fanno più audaci, e lo gradisci, lo capisco dai capezzoli che spingono contro i miei al di sotto della camicia e da come ti strusci contro di me. Ti accarezzo il sedere, beandomi della sua perfezione e uno dei ragazzi si avvicina provando a toccarci. Ti stacchi e con sguardo di fuoco gli mostri il dito medio. Bella. Bella e guerriera. Mi hai già preso qualcosa nel fondo dei sensi, qualcosa di più di quello che avevo previsto. Mi prendi per mano e mi trascini verso i divanetti che costeggiano la sala; ti faccio, cambiare direzione, so io dove andare per soddisfare ciò che vuoi, molto più di qualche tocco rubato. Mi avvicino al banco e ordino una birra, mentre ti stringo la mano per dirti di stare al gioco. La cameriera si allontana e io infilo una mano sotto al bancone e rubo la chiave di una saletta privata, sgusciando poi tra la folla per sparire dalla vista. Ridi della mia bravata; ci sentiamo ladre, e questo aumenta la tua eccitazione, lo sento da come stringi la mia mano e sfreghi la pelle del mio polso con il pollice. Entriamo nella saletta e chiudo la porta a chiave; la stanza ha al centro un divano ed è rischiarata dalla luce di un lampione, fuori. Ti bacio e finalmente posso toccarti e ti concedo di sfiorarmi un poco, senza abbandonarmi troppo a te. Ti slaccio la camicetta, scoprendo il tuo seno sodo, svettante con i capezzoli rigidi e graziosi. Ti tocco, e lo sfiorarti mi provoca unenorme eccitazione. Le lingue si incrociano di nuovo, con più passione, poi la mia scende lentamente ad aiutare le mani e circonda i capezzoli, ci gioca; ti succhio con trasporto, mordendoti delicatamente. So che ti piace, piacere e dolore, dolore e piacere Sento il tuo respiro farsi più profondo, mentre continuo a toccarti e a leccarti; una mano scende verso il tuo sedere, così perfetto e sodo e stringe la carne, accarezza pienamente la sua rotondità e si spinge anche più sotto. Ti slaccio i pantaloni e li sfilo, ammirando le tue curve e sentendo vago il tuo profumo. Ti spingo verso il divanetto e ti sdraio sui cuscini, liberandoti da ogni indumento, comprese le mutandine intrise dei tuoi umori. Mi lusinga il vederti così bagnata, e continuo il mio lavoro.
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Indossa solo un corsetto nero e un paio di calze nere con i reggicalze anch'essi neri. le divarico leggermente le gambe, e lei mi lascia fare con la docilità delle cose inanimate. La sua recitazione è perfetta, nel non lasciar trapelare un segno di vita. Vado a prendere il buffo fallo che avevamo scelto. Non è molto grande, oggi devo avere la mano delicata. Per qualche minuto le tocco la fichetta liscia, su cui la ragazza -devo dire- ha eseguito una depilazione perfetta. Ci gioco, la penetro delicatamente con un dito, poi con due. Come previsto lei non risponde, almeno non con il resto del corpo. Anzi è sempre più rilassata. In fondo si vede che non è morta, tuttavia il suo stato potrebbe essere facilmente preso per un sonno profondo. Si tratta di altro, o forse no. Il suo sesso è caldo e umido. Sembra che debba vivere a spese del resto. Sembra che debba risvegliarsi quando il corpo intorno a esso dorme. A questo punto inserisco il piccolo fallo inorganico. Serve a tappare una bocca per aprirne un'altra. La ragazza con l'autocontrollo che ha interiorizzato ed esercita ormai senza sforzo- riesce a essere come una macchinetta. "È ora che ti risvegli, bambolina!" Lei alza il busto, con gli occhi sbarrati, poi torna a un'espressione normale, ricomincia a muoversi. La bocca di sotto nel suo tappo ha trovato come un ciuccio, che la tiena occupata e permette al resto del corpo di liberarsi. La sua faccia sprizza gioia. Prima la abbraccio, poi la faccio inginocchiare sul letto davanti a me, e finalmente tiro fuori il mio fallo organico, caldo e palpitante, e me lo faccio succhiare con la bocca di sopra. Quando ha finito di ingoiare il mio sperma e di ripulirmi con la sua carezzevole lingua, la bacio sulla fronte e me ne vado. Ci ha sprecato anche il tempo di scrivere il messaggio! Ricordo il messaggio di A., direttamente dagli USA. Eh, si', nel mio girovagare telematico mi sono rivolto anche alle aree messaggi straniere. Per parlarne, se non altro. A. sembrava proprio incarnare il mio sogno. Dolce e forte. Diceva di avere gia' avuto un'altra esperienza del genere con un uomo. E di rimpiangerlo ancora, a volte, per le irripetibili emozioni del loro rapporto. Peccato che dopo un paio di messaggi inizio' a propormi strane forme di collaborazione ad un racconto erotico che stava scrivendo, e che sembrava interessarle molto piu 'di me. Quello che cerco e' molto particolare, lo so. E le donne sono cosi' diffidenti, guardinghe. Ci vuole costanza. Non era stata un'idea brillante andare a trovare Frida a Brownshweig d'inverno. Fulvio si era immaginato che in Germania facesse freddo, ma non così freddo. E non perdeva occasione per farglielo notare. Frida sapeva bene l'italiano. Riguardo al rapporto tra Fulvio e il tedesco, era praticamente inesistente. Si erano conosciuti l'anno prima al Politecnico. Per un po' ci aveva provato con Frida, gli sembrava un atto dovuto cercare di sedurre una studentessa erasmus: il fascino della straniera venuta dal nord era innegabile. Comunque lei aveva subito messo in chiaro le cose, così erano rimasti buoni amici. Dopo i primi giorni passati a visitare chiese e birrerie tipiche il posto non offriva molte altre attrattive: certo le case del centro sembravano tutte tipo quella di Hansel e Gretel e la pulizia delle strade era indiscutibile, però non passarono molto tempo che Fulvio si rese conto che quella cittadina nel cuore della Germania tutto sommato era abbastanza pallosa.
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Postato da MiKy il 10.04.05 13:54