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29.04.05

Nessuna Ragione

E’ sopra di me, schiacciata dal suo peso affondo dentro il materasso di lana. Il suo alito di vino e di non digerito mi nausea. Mi fotte senza parlare, come fa tutte le volte che inizia, quando il suo pene è ancora molle ed a malapena è riuscito ad entrare.
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Niente preliminari, perché il tempo che rimane lo passa qui dentro, nelle pieghe della mia carne che conosce a memoria. Ma tra poco il suo piacere salirà, oltre il contegno dell’uomo borghese tutto d’un pezzo, oltre la forma lasciata sul tavolo ancora apparecchiato. Tra poco salirà e mi dirà “puttana” e cercherà le parole che mai e poi mai m’avrebbe detto guardandomi negli occhi, che mai e poi mai userebbe con gli altri. Poi subito dopo mi dirà di allargare le cosce, perché il suo uccello ormai duro ha bisogno di spazio e vola libero nel mio corpo e sale possente fino a sfiancarmi le pareti che ormai umide e accoglienti non fanno più attrito. Mi farà godere, godere davvero per secondi e minuti fino ad urlagli di continuare e di smettere, di prendermi ancora e di lasciarmi respirare. E m’invaderà di concetto e desiderio che mi frega da anni, di cazzo e scemenza fino ad essere certa di non poterne fare a meno, che sola sarei se non ci fosse mai stato. E le mie grida di piacere riempiranno le sue orecchie, il suo orgoglio di maschio che coglierà dritto nel segno senza perdere colpi. Ma non finirà così, non scaricherà il suo liquido dentro. Non ci pensa nemmeno! Tra poco uscirà senza darmene conto e mi dirà di voltarmi, toglierà le lenzuola per guardami da dietro. “Eva, hai un bel culo.” Sussurrerà scostandomi appena le mutande, sempre le stesse, le stesse da sempre. Lo bacerà, lo bacerà di sicuro, perché la sua voglia non può farne a meno, perché il suo membro scivolerà come davanti, perché la sua lingua trasmette al cervello sapori che accetta solo in questi momenti. E mi dirà che di puttane ne ha infilate per anni, le ha pagate d’amore e di denaro contante, nei bordelli d’Oriente come nei salotti borghesi, che l’invitavano dentro come scampagnate fuori porta. Ma questo che ora sta accarezzando è diverso, incute timore e saggezza dove è più facile obbedire e farsi rapire. Tra le pieghe che s’incurvano cieche affonda le dita per studiare il percorso, per svelare il mistero di tanta attrazione che come magnete lo invita di dentro. Ma non mi penetrerà subito, all’istante, continuerà a guardarmi nel buco del culo e domandarsi come fa a dargli piacere, a sentirsi più maschio proprio dove un uomo potrebbe dargli lo stesso. Mi dirà di afferrare la spalliera e stringerla forte perché un uragano di rabbia e piacere sta esplodendo senza dare avvisaglia.

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Ora lo sento, come ramo secco m’infila senza avvertire il dolore che soffro quando ancora l’impatto non ha raggiunto il piacere, quando ancora i suoi centimetri non l’hanno riempito del tutto. Tiro il fiato e mi chiudo la bocca, perché non sopporterebbe un urlo scomposto che con l’amore ha poco da spartire. Premuroso mi dirà di respirare più forte, di allargarlo alla sua voglia che comunque non recederebbe di un niente, perché è troppa la passione che reclama e s’appropria senza il minimo dubbio di chiedere permesso. Ecco ora lo sento, il percorso controcorrente ha ultimato il tragitto, è più vicino al cuore, più vicino alla mente che ora l’accetta come il sole di giorno o come un temporale durante un matrimonio. Ora mi dirà che mai nessuna gli ha dato così tanto, che con sua moglie non è lo stesso, che la sua vita è passata inutilmente prima d’incontrarmi quella sera per caso. Mi prese quasi subito, alzando leggermente la gonna, addosso ad un muro in una via del centro, mentre la mia amica Gloria m’aspettava impaziente. Ma quella sera s’è persa negli anni, nella nebbia che ci copriva da occhi indiscreti e nel corso del tempo ha attutito sogni e speranze di una donna che aspetta come se ancora fosse quel giorno. Lo sento, ora è al culmine del suo piacere e mi sbatte e risbatte senza nemmeno pensare che ogni colpo mi porta bruciore, che ogni colpo mi devasta gli anni che corrono veloci riempiti da promesse sfilacciate che hanno perso poesia e vigore. Ed il presente è questo buco di culo che non s’è mai ribellato, neanche quella volta, la prima, che vergine ed intatto soffriva dolore, perché pensavo, come adesso, che niente di meglio m’avrebbero mai lacerato. Ed il presente è quest’uomo che fa giuramenti e strappa consenso, quest’uomo che mi prende da dietro perché si eccita a non vedermi la faccia, questa speranza che domani sarà mio senza più concorrenza e ombra di donna che schiaccio senza far male. Ed il presente è quest’uomo che ossessivamente si eccita a farmi raccontare l’unica volta che l’ho tradito davvero. Era un suo amico e lui ha fatto del tutto che finisse come è finita, nelle braccia dell’altro a raccontare i miei sogni mentre quella mano saliva. Saliva lungo le pieghe della calza fino a sfiorare le stringhe, saliva verso la mia convinzione che dovevo accettarla per forza, saliva fino ad inumidirsi le dita e rubarmi ragione.

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E poi su un divano a trattenere il piacere che misto ad orgoglio mi faceva più fiera d’essere stata all’altezza di uno scellerato disegno. E tra poco mi farà rivisitare ogni momento di quando quella mano rasentò la stoffa di seta e di quanto le mie cosce erano strette e allargate in tacita attesa. E poi mi domanderà quanto unica fosse quella volta e quante altre volte sono andata vicina al peccato, fermandomi in tempo. E mentre i miei giuramenti si sforzano di esser creduti, lo sento, lo sento ancora più duro, frenetico e aspetto, aspetto quel liquido caldo che come ogni volta si fa desiderare. Vorrei gridargli di fare più in fretta, ma rallenta perché non contento, perché non si sente sicuro d’avermi smontata, d’avermi fatto sua come nessun altro potrebbe mai fare. E’ certo che il suo sesso non mi basta per saziarmi a lungo, non è sufficiente ad appagarmi le voglie per una settimana, perché solo tra sette giorni potrò riaverlo, potrò preparargli un’altra cena e poi subito su questo letto. E sentirò di nuovo questo alito di non digerito, e mi riempirà come se non fosse passato del tempo, come se la vita fosse tutta qui dentro e la gioia una cena, una stanza e quei fiori all’ingresso. Lo sento, è impaziente. Ha paura di allungare i minuti e fare più tardi, che la moglie salga sopra il sospetto e materializzi finalmente una splendida donna che lo consuma come questa candela sul comodino che brucia il tempo rimasto. Tra poco si spegne e sarà tardi davvero e senza farsi la doccia si rivestirà cercando di non dare nell’occhio, preoccupato, a suo dire, che il garage sta chiudendo. Ma ora è ancora qui che mi vorrebbe posseduta e distrutta, e mi rivolta e mi riempie in ogni dove il mio orgasmo è finito da tempo. Non c’è sensazione che tenga, sogno che possa ravvivare il mio corpo, aspetta soltanto il suo seme che mi bagna soltanto perché altro non deve fare, perché di un figlio non si deve parlare, e nemmeno accennare a quella volta quando per errore lievitò il mio ventre e per lo stesso errore ancora lo rimpiango. Ma il tempo è passato come gli anni che mi porto appresso, domani al telefono e per altri sei giorni, camminerò ovattata senza ascoltare nessuno, perché basterebbe un niente, un concetto per rendermi conto. Ma convincerebbe solo la ragione che non nutre l’amore e non riempie l’attesa, che non fa perdere colpi a questo cuore impaziente. E non doma questo uomo che continua a cercami nei punti più oscuri che il mio corpo può offrirgli senza nessuna ragione senza nessuna giustizia.

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Un Fine Settimana
Il lunedi ero distrutta da quanto raccontato precedentemente, il martedi ugale, poi finalamente il mercoledi mi decido a richiamare Paolo. Fissiamo per un incontro il giorno seguente nello stesso pub della settimana prima, quando arrivo loro sono già al tavolo, due birre davanti e appena mi vedono si alzarono in piedi per salutarmi.Mi siedo, ordino la mia birra e iniziamo ad osservare la gente presente nel locale ironizzando e fantasticando su come si comportassero a letto, che tipi di rapporti potessero prediligere in funzione della faccia che si ritrovavano. Ormai tra noi non esistono più tabù o freni morali, questi due mi hanno fottuta culo e fica per un pomeriggio intero. Il discorso è servito senza dubbio a scaldarci e verso la mezzanotte i miei due stalloni, senza tanti preamboli, mi invitano a fare una “sveltina”. Usciamo dal locale montiamo sulla macchina di Paolo e ci dirigiamo verso XXX, un posto arcinoto freguentato da coppiette in macchina.I due super-organizzati stendono dei giornali sui vetri e vanno a sedersi sul sedile posteriore, abbassano i pantaloni e io mi devo limitare a succhiare i loro uccelli, visto che lo spazio, solitamente angusto per due in tre era veramente invivibile. Non c’e spazio sufficiente per farmi infilare e mi limito a farmi toccare un po’. Non mi fanno penare poi molto, sono eccitatissimi e dopo un po’ che li stò spompinando, e che loro avidamente smanaccano sul mio seno, a turno, prima Paolo e poi Claudio, vengono con una copiosa sborrata, che Paolo mi chiede di ingerire per salvare la tappezzeria.Lo avrei fatto anche se ci fossimo trovati in mezzo al mare! Prima di congedarsi rifissiamo per il sabato, sempre alla solita casa di campagna e, devo dire con sorpresa, mi chiedono se per quel giorno avessi potuto rasarmi completamente la micetta e se potevo indossare qualcosa di particolarmente ecccitante, oltre al fatto che mi sarei dovuta trattenere a dormire e poi tutta la domenica. Isomma un fine settimana da sballo!!

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Gli amici di Frida erano piuttosto insulsi, per quello che avesse potuto capire di loro, il fatto è che non lo tenevano in gran conto: all'inizio sempre interessamenti tipo where are you from o what's your favourite football team, poi in breve tornavano a quella loro lingua barbarica e attorno a Fulvio si creava una cortina di ferro da cui difficilmente riusciva ad uscire. E non è che Frida si interessasse più di tanto alla cosa. A quel punto Fulvio si attaccava al boccale di birra. Fu al terzo risveglio con mal di testa e bocca impastata che stabilì che era ora di darsi una regolata con la birra. Si rese conto che era solo nell'alloggio. Frida gli aveva lasciato un biglietto. Accanto al biglietto c'erano le chiavi di casa e una tessera. Sul biglietto c'era scritto: Per Fulvio. Ho un impegno inaspettato all'università, tornerò verso le tre del pomeriggio. Intanto prova ad andare nella mia palestra, ti lascio la tessera. Così ti fai una bella sudata e fai uscire tutta la birra che hai bevuto! Frida o Fulvio si guardò intorno: ci fosse stato almeno un televisore! Da leggere si era portato qualcosa ma aveva troppo mal di testa. L'unica soluzione per ammazzare la mattinata era la palestra. Non metteva piede in una palestra dai tempi di educazione fisica al liceo. La palestra era nella stessa via del palazzo di Frida, se la ricordava; almeno se si rompeva poteva sempre prendere e tornarsene in casa. La tuta l'aveva già addosso, la usava come pigiama. Appena entrato, lo assalì un tizio superpompato in canottiera con una raffica di tedesco. Fulvio non si era preparato a discussioni con gli indigeni, avanzò un sorriso da deficiente e tirò fuori la tessera di Frida: Friend of Frida! Il tizio allora mostrò di aver capito e gli indicò col braccione una porta: Se l'era cavata ancora bene. Si cambiò le scarpe e si tuffò tra i macchinari; era tutto un luccichio di metallo e tecnologia: c'erano certi vogatori con schermo a cristalli liquidi tipo sala giochi con cui dei ragazzi si sfidavano in gare di canottaggio virtuali, altra gente più o meno atletica era sparpagliata nell'ampio locale. Alle cyclette c'erano tre ragazze in pantaloncini elasticizzati e maglietta che pedalavano e parlavano. Delle tre quella al centro era la migliore: si stagliava sulle altre di un bel po' nonostante fossero sulla cyclette, sicuramente era più alta di lui. Prese in mano i pesi e cominciò gli esercizi. Andava su e giù con quei bilancieri, non voleva dare l'idea di essere un novellino. Non passò molto tempo che si rese conto di essere madido di sudore. Sotto la tuta aveva solo la canottiera senza maniche, e di certo non l'avrebbe esibita per niente al mondo. Quelle chiazze nauseanti del resto erano la prova che aveva sudato abbastanza: si diresse verso lo spogliatoio cercando di mantenere le braccia il più possibile aderenti al corpo. Fece la doccia in compagnia dei ragazzi del vogatore. Si stava rivestendo quando notò che i due fusti invece di fare altrettanto si avvolsero gli asciugamani attorno alla vita e si diressero fuori dallo spogliatoio. Nella palestra doveva esserci una sauna. Fulvio non era mai andato in una sauna. Incuriosito si ritolse le mutande e si avvolse l'asciugamano alla vita. Arrivò davanti alla porta in fondo al corridoio titubante: il vetro era appannato dall'interno. Non sapeva se girare o no la maniglia quando sentì dei passi dietro di sé che gli diedero la spinta. Si trovò in una stanzetta molto più piccola di come si aspettasse, completamente rivestita in legno.

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Postato da MiKy il 29.04.05 13:14