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22.05.05

Il parcheggio

Si erano fermati a fare una commissione, ed avevano parcheggiato l'auto in uno di quei grandi parcheggi sotterranei con più settori. Ora si trovavano davanti a una indicazione: per il settore A verso sinistra, per il settore B verso destra. Redirect Gratis

Lei si stava dirigendo verso il settore A. Lui la fermò. "Guarda che la macchina l'abbiamo lasciata nel settore B" le disse. Lei scosse la testa. "No, nel settore A" replicò lei. Lui alzò la testa, e i suoi occhi lampeggiarono. "Lo vedremo...seguimi" replicò lui, dirigendosi verso il settore B. Lei, dopo un attimo di esitazione, lo seguì. L'auto era lì, nel settore B. Lui la guardò e le disse con tono arrogante: "Allora, come la mettiamo?" Lei chinò la testa: "Scusami" disse. "Scusami?" ripetè lui alzando il tono della voce. "Tu mi hai contraddetto, sbagliando, e ora pensi di cavartela così?" "Ti ho chiesto scusa" confermò lei. "Cosa vuoi che faccia?" "Non pensi che dovresti essere punita?" "Ma..." protestò lei. "Come?" alzò ancora la voce lui. "Tu sbagli, io impiego le mie energie per addestrarti come si conviene e tu osi ancora controbattere?" "Hai ragione, perdonami" rispose lei con voce docile. "In ginocchio" ordinò lui. Lei esitò un attimo, poi si inginocchiò. Lui osservò un attimo la minigonna e i sandali col tacco alto di lei e sorrise. "Ora dimmi che sei una cagna e implorami di punirti". "Sono una cagna" disse lei pronta "e devo essere punita. Ti prego, puniscimi". "In macchina" ordinò lui. Lei fece per sedersi, ma lui la bloccò. "Una cagna non si siede...accucciati sul tappettino". Lei, docile, ubbidì. Lui non parlò per tutto il viaggio. Giunti a casa, lei scese dalla macchina. Uno scapaccione la raggiunse sul sedere. "Da quando in qua le cagne camminano sulle gambe? A quattro zampe, avanti!" ordinò lui. Lei si mise immediatamente carponi. Lui la osservò entrare in casa muovendo in modo sensuale il sedere, quindi andò a sedersi in poltrona. "Spogliati" ordinò. "Tieni solo le scarpe". Lei ubbidì e si rimise a quattro zampe. "Ora toglimi le scarpe" continuò. Lei eseguì. "Ora leccami i piedi, schiava" disse lui, porgendole una delle sue estremità. Lei iniziò a baciargli il piede, ma lui lo ritrasse. "Cosa sarebbero questi bacetti da educanda? Sei una schiava, non dimenticartelo...tira fuori quella lingua, avanti!" Lei riprese, questa volta leccando con impegno. Lui la lasciò fare per alcuni minuti, poi si alzò, andò verso un mobile, aprì un cassetto, ne estrasse un collare e un guinzaglio e tornò da lei. "Vediamo come te la cavi con questi" le disse. Le infilò il collare, ci attaccò il guinzaglio e la strattonò. Lei si lasciò guidare da lui fino in cucina. Lui aprì una mensola, prese una ciotola, la riempì d'acqua e la posò a terra. "Visto che sei una cagna, d'ora in poi berrai così. Avanti, bevi!" Lei si avvicinò, e senza usare le mani incominciò a lappare dalla ciotola. Lui la osservava da dietro. "Ti stai bagnando, cagna, sei eccitata...ed è logico: sei un essere inferiore, e quindi comportarti da cagna ti eccita..." la strattonò e la riportò in salotto. Si risedette. "vieni qui davanti, ho bisogno di uno sgabello per i piedi". Lei si accovacciò, e lui poggiò i piedi sulla schiena di lei. "Ecco a cosa servi schiava, chiarò?" "Sì Padrone" mormorò lei. Uno scapaccione la raggiunse sul sedere nudo. "Nessuno ti ha ordinato di parlare, cagna!"

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Lui si mise a leggere il giornale. Ogni tanto spostava un piede davanti al volto di lei, e immediatamente lei estraeva la lingua e lo leccava finchè lui non si stancava e toglieva il piede. Dopo qualche minuto, chiuse il giornale. "Bene, spero che tu ora abbia capito qual è il tuo ruolo. Ora implorami affinchè io ti dia la giusta punizione". Lei si prostrò davanti a lui: "Ti prego Padrone, sono stata una cagna disubbidiente, puniscimi affinchè io impari a non sbagliare più". "Bene...sulle mie ginocchia, avanti!" Lei si distese sulle ginocchia di lui. "A ogni colpo mi devi ringraziare, chiaro schiava?" "Sì Padrone" rispose lei. La sua mano si abbattè sul sedere si lei. Lei sussultò, ma ringrazio. Così fu per il secondo colpo, e per gli altri che seguirono. "ora ti raddrizzerò la schiena, cagna" diceva lui, osservando i tacchi delle scarpe di lei che si muovevano indifesi nell'aria. Smise solo quando il sedere di lei era diventato completamente rosso. "Scendi" le intimò lui. Lei si gettò ancora ai piedi di lui, adorante, e incominciò a leccargli i piedi. "Grazie, Padrone grazie..." diceva. Lui aggrottò le sopracciglia. "Fammi un po' vedere...apri le gambe". Lei eseguì, e lui rise. "Come supponevo...ti sei eccitata, cagna. Ed è logico: sei un essere inferiore, e quindi ti ecciti ad essere usata come tale..." lui insinuò il suo piede tra le gambe di lei, e lei gemette. "Vedi? Sei talmente inferiore che solo il contatto con il mio piede ti eccita..." lui insinuò l'alluce tra le labbra della vagina e iniziò a stimolarle il clitoride, mentre le posava l'altro piede sulla faccia. Lei riprese a gemere e a succhiare con avidità l'altra estremità...dopo poco lei raggiunse un evidente orgasmo. "Ma guarda" disse lui ironico "La schiava ha osato godere prima del suo Padrone...vedi di rimediare, o sarà peggio per te!" Lei si mise in ginocchio, e gli aprì la cerniera dei pantaloni. Ne estrasse il pene, già in erezione, e iniziò a leccarlo. "Anche le palle, cagna, non dimenticarlo". Lei eseguì, e presto stava succhiando con foga il pene di lui, che ne frattempo aveva ripreso il guinzaglio e lo tirava. Lui era resistente, malgrado l'eccitazione e l'abilità di lei, e la schiava stava cominciando a sudare per lo sforzo. Quindi lui disse: "Cagna sto per godere...ma non penserai di essere degna di bere il mio nettare vero? Quando tiro il guinzaglio fai uscire il pene dalla tua bocca, ti schizzerò in faccia!" In effetti, dopo poco il guinzaglio venne tirato; lei prontamente fece scivolare il pene fuori dalla sua bocca, e una frazione di secondo dopo copiosi schizzi di sperma le inondarono la faccia. "Bene schiava" fece lui "adesso usa la tua lingua per ciò per cui è stata fatta...pulisci tutto". Lei, ubbidiente, lecco il pene fino a renderlo pulitò, poi si chinò a raccogliere con la lingua le gocce di sperma caduto sul pavimento. Quindi si riaccucciò e, piena di gratitudine, iniziò nuovamente a leccare i piedi del suo Padrone.
Era fortunata ad avere un Padrone che le raddrizzava la schiena e la usava come meritava. Anche perchè era sicura che avrebbe presto sbagliato nuovamente, e avrebbe di nuovo avuto bisogno di essere punita...

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Non bevo mai alcolici prima di una scena, ma in questo caso non c'è ragione di prendere precauzioni particolari perché la ragazza non rischia neanche un graffio. Trovo un quotidiano e io che non li compro mai mi metto a leggerlo. Non riesco a seguire, provo a cominciare un articolo ma devo passare subito al seguente. Fumo una sigaretta. Niente da fare, devo andare, sono io impaziente, questa volta. Basta, non ho voglia di aspettare, sono appena le 15:30 ma voglio proprio vederla. Parcheggio in una via adiacente e mi avvio al palazzo dove abita lei. Davanti alla porta mi pulisco le suole delle scarpe, mi aggiusto la giacca, controllo il nodo della cravatta. Sono proprio pronto. Non devo suonare, ecco la chiave, la guardo e me la giro tra le mani. Mentre infilo la chiave nella serratura e la giro recupero tutta la mia freddezza. Sentire il meccanismo che fa quello che voglio, sentire che tutto fila liscio. Quando è ben oliato un meccanismo può dare soddisfazione, o almeno richiamare alla fiducia in se stessi. Salgo le scale e mi trovo davanti la seconda porta, e tiro fuori la seconda chiave. Mi giro anche questa tra le mani, la guardo per un attimo. Poi la infilo, la giro, e il meccanismo del suo piacere comincia a girare. Anche noi siamo fatti di meccanismi, benché morbidi e tiepidi; il nostro vantaggio consiste nel poterci sfruttare a nostro stesso piacimento, una volta che conosciamo il sistema per aprire e chiudere le nostre stesse serrature. Rifletto e mi inceppo ancora, oggi sono un po' stanco forse. lei però ha fatto tutto come doveva. lei è nella camera, allestita come previsto. Mi avvicino e accarezzo una guancia della ragazza, che giace immobile nel mezzo del letto matrimoniale. Tutte le finestre sono chiuse, tutte le tende sono abbassate. L'odore dell'incenso copre quello delle molte candele che illuminano la stanza. Mi accendo una sigaretta e l'aria si fa ancora più pesante. La ragazza ha un sorriso sereno stampato sulla bocca, è finalmente rilassata e tranquilla. La sua pelle è perfettamente bianca sul petto e sulla faccia, a parte le guance rosate, gli occhi sottilmente rigati di nero e le labbra dipinte di un rosso vivissimo. La ragazza è completamente immobile, le gambe dritte, perfettamente distese, le braccia incrociate sul petto, la testa leggermente rialzata sui due cuscini sovrammessi. Le sue palpebre sono chiuse. Non muove un muscolo. le parlo: "Brava, la mia schiavetta, così buona, così silenziosa, così disponibile; ora posso fare davvero di te quello che voglio." lei ovviamente non risponde, non può rispondere. Indossa solo un corsetto nero e un paio di calze nere con i reggicalze anch'essi neri. le divarico leggermente le gambe, e lei mi lascia fare con la docilità delle cose inanimate.

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La sua recitazione è perfetta, nel non lasciar trapelare un segno di vita. Vado a prendere il buffo fallo che avevamo scelto. Non è molto grande, oggi devo avere la mano delicata. Per qualche minuto le tocco la fichetta liscia, su cui la ragazza ha eseguito una depilazione perfetta. Ci gioco, la penetro delicatamente con un dito, poi con due. Come previsto lei non risponde, almeno non con il resto del corpo. Anzi è sempre più rilassata. In fondo si vede che non è morta, tuttavia il suo stato potrebbe essere facilmente preso per un sonno profondo. Si tratta di altro, o forse no. Il suo sesso è caldo e umido. Sembra che debba vivere a spese del resto. Sembra che debba risvegliarsi quando il corpo intorno a esso dorme. A questo punto inserisco il piccolo fallo inorganico. Serve a tappare una bocca per aprirne un'altra. La ragazza con l'autocontrollo che ha interiorizzato ed esercita ormai senza sforzo- riesce a essere come una macchinetta. "È ora che ti risvegli, bambolina!" Lei alza il busto, con gli occhi sbarrati, poi torna a un'espressione normale, ricomincia a muoversi. La bocca di sotto nel suo tappo ha trovato come un ciuccio, che la tiena occupata e permette al resto del corpo di liberarsi. La sua faccia sprizza gioia. Prima la abbraccio, poi la faccio inginocchiare sul letto davanti a me, e finalmente tiro fuori il mio fallo organico, caldo e palpitante, e me lo faccio succhiare con la bocca di sopra. Quando ha finito di ingoiare il mio sperma e di ripulirmi con la sua carezzevole lingua, la bacio sulla fronte e me ne vado. Ci ha sprecato anche il tempo di scrivere il messaggio! Ricordo il messaggio di A., direttamente dagli USA. Eh, si', nel mio girovagare telematico mi sono rivolto anche alle aree messaggi straniere. Per parlarne, se non altro. A. sembrava proprio incarnare il mio sogno. Dolce e forte. Diceva di avere gia' avuto un'altra esperienza del genere con un uomo. E di rimpiangerlo ancora, a volte, per le irripetibili emozioni del loro rapporto. Peccato che dopo un paio di messaggi inizio' a propormi strane forme di collaborazione ad un racconto erotico che stava scrivendo, e che sembrava interessarle molto piu 'di me. Quello che cerco e' molto particolare, lo so. E le donne sono cosi' diffidenti, guardinghe. Ci vuole costanza. Non era stata un'idea brillante andare a trovare Frida a Brownshweig d'inverno. Fulvio si era immaginato che in Germania facesse freddo, ma non così freddo. E non perdeva occasione per farglielo notare. Frida sapeva bene l'italiano. Riguardo al rapporto tra Fulvio e il tedesco, era praticamente inesistente. Si erano conosciuti l'anno prima al Politecnico. Per un po' ci aveva provato con Frida, gli sembrava un atto dovuto cercare di sedurre una studentessa erasmus: il fascino della straniera venuta dal nord era innegabile. Comunque lei aveva subito messo in chiaro le cose, così erano rimasti buoni amici. Dopo i primi giorni passati a visitare chiese e birrerie tipiche il posto non offriva molte altre attrattive: certo le case del centro sembravano tutte tipo quella di Hansel e Gretel e la pulizia delle strade era indiscutibile, però non passarono molto tempo che Fulvio si rese conto che quella cittadina nel cuore della Germania tutto sommato era abbastanza pallosa. Andava su e giù con quei bilancieri, non voleva dare l'idea di essere un novellino. Non passò molto tempo che si rese conto di essere madido di sudore.

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Accanto al biglietto c'erano le chiavi di casa e una tessera. Sul biglietto c'era scritto: Per Fulvio. Ho un impegno inaspettato all'università, tornerò verso le tre del pomeriggio. Intanto prova ad andare nella mia palestra, ti lascio la tessera. Così ti fai una bella sudata e fai uscire tutta la birra che hai bevuto! Frida o Fulvio si guardò intorno: ci fosse stato almeno un televisore! Da leggere si era portato qualcosa ma aveva troppo mal di testa. L'unica soluzione per ammazzare la mattinata era la palestra. Non metteva piede in una palestra dai tempi di educazione fisica al liceo. Gli amici di Frida erano piuttosto insulsi, per quello che avesse potuto capire di loro, il fatto è che non lo tenevano in gran conto: all'inizio sempre interessamenti tipo where are you from o what's your favourite football team, poi in breve tornavano a quella loro lingua barbarica e attorno a Fulvio si creava una cortina di ferro da cui difficilmente riusciva ad uscire. E non è che Frida si interessasse più di tanto alla cosa. A quel punto Fulvio si attaccava al boccale di birra. Fu al terzo risveglio con mal di testa e bocca impastata che stabilì che era ora di darsi una regolata con la birra. Si rese conto che era solo nell'alloggio. Frida gli aveva lasciato un biglietto. La palestra era nella stessa via del palazzo di Frida, se la ricordava; almeno se si rompeva poteva sempre prendere e tornarsene in casa. La tuta l'aveva già addosso, la usava come pigiama. Appena entrato, lo assalì un tizio superpompato in canottiera con una raffica di tedesco. Fulvio non si era preparato a discussioni con gli indigeni, avanzò un sorriso da deficiente e tirò fuori la tessera di Frida: Friend of Frida! Il tizio allora mostrò di aver capito e gli indicò col braccione una porta: Se l'era cavata ancora bene. Si cambiò le scarpe e si tuffò tra i macchinari; era tutto un luccichio di metallo e tecnologia: c'erano certi vogatori con schermo a cristalli liquidi tipo sala giochi con cui dei ragazzi si sfidavano in gare di canottaggio virtuali, altra gente più o meno atletica era sparpagliata nell'ampio locale. Alle cyclette c'erano tre ragazze in pantaloncini elasticizzati e maglietta che pedalavano e parlavano. Delle tre quella al centro era la migliore: si stagliava sulle altre di un bel po' nonostante fossero sulla cyclette, sicuramente era più alta di lui. Prese in mano i pesi e cominciò gli esercizi. Sotto la tuta aveva solo la canottiera senza maniche, e di certo non l'avrebbe esibita per niente al mondo. Quelle chiazze nauseanti del resto erano la prova che aveva sudato abbastanza: si diresse verso lo spogliatoio cercando di mantenere le braccia il più possibile aderenti al corpo. Fece la doccia in compagnia dei ragazzi del vogatore. Si stava rivestendo quando notò che i due fusti invece di fare altrettanto si avvolsero gli asciugamani attorno alla vita e si diressero fuori dallo spogliatoio. Nella palestra doveva esserci una sauna. Fulvio non era mai andato in una sauna. Incuriosito si ritolse le mutande e si avvolse l'asciugamano alla vita.

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Postato da MiKy il 22.05.05 08:53