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22.05.05
Il parcheggio
Si erano fermati a fare una commissione, ed avevano parcheggiato l'auto in uno di quei grandi parcheggi sotterranei con più settori. Ora si trovavano davanti a una indicazione: per il settore A verso sinistra, per il settore B verso destra. Redirect Gratis
Lei si stava dirigendo verso il settore A. Lui la fermò. "Guarda che la macchina l'abbiamo lasciata nel settore B" le disse. Lei scosse la testa. "No, nel settore A" replicò lei. Lui alzò la testa, e i suoi occhi lampeggiarono. "Lo vedremo...seguimi" replicò lui, dirigendosi verso il settore B. Lei, dopo un attimo di esitazione, lo seguì. L'auto era lì, nel settore B. Lui la guardò e le disse con tono arrogante: "Allora, come la mettiamo?" Lei chinò la testa: "Scusami" disse. "Scusami?" ripetè lui alzando il tono della voce. "Tu mi hai contraddetto, sbagliando, e ora pensi di cavartela così?" "Ti ho chiesto scusa" confermò lei. "Cosa vuoi che faccia?" "Non pensi che dovresti essere punita?" "Ma..." protestò lei. "Come?" alzò ancora la voce lui. "Tu sbagli, io impiego le mie energie per addestrarti come si conviene e tu osi ancora controbattere?" "Hai ragione, perdonami" rispose lei con voce docile. "In ginocchio" ordinò lui. Lei esitò un attimo, poi si inginocchiò. Lui osservò un attimo la minigonna e i sandali col tacco alto di lei e sorrise. "Ora dimmi che sei una cagna e implorami di punirti". "Sono una cagna" disse lei pronta "e devo essere punita. Ti prego, puniscimi". "In macchina" ordinò lui. Lei fece per sedersi, ma lui la bloccò. "Una cagna non si siede...accucciati sul tappettino". Lei, docile, ubbidì. Lui non parlò per tutto il viaggio. Giunti a casa, lei scese dalla macchina. Uno scapaccione la raggiunse sul sedere. "Da quando in qua le cagne camminano sulle gambe? A quattro zampe, avanti!" ordinò lui. Lei si mise immediatamente carponi. Lui la osservò entrare in casa muovendo in modo sensuale il sedere, quindi andò a sedersi in poltrona. "Spogliati" ordinò. "Tieni solo le scarpe". Lei ubbidì e si rimise a quattro zampe. "Ora toglimi le scarpe" continuò. Lei eseguì. "Ora leccami i piedi, schiava" disse lui, porgendole una delle sue estremità. Lei iniziò a baciargli il piede, ma lui lo ritrasse. "Cosa sarebbero questi bacetti da educanda? Sei una schiava, non dimenticartelo...tira fuori quella lingua, avanti!" Lei riprese, questa volta leccando con impegno. Lui la lasciò fare per alcuni minuti, poi si alzò, andò verso un mobile, aprì un cassetto, ne estrasse un collare e un guinzaglio e tornò da lei. "Vediamo come te la cavi con questi" le disse. Le infilò il collare, ci attaccò il guinzaglio e la strattonò. Lei si lasciò guidare da lui fino in cucina. Lui aprì una mensola, prese una ciotola, la riempì d'acqua e la posò a terra. "Visto che sei una cagna, d'ora in poi berrai così. Avanti, bevi!" Lei si avvicinò, e senza usare le mani incominciò a lappare dalla ciotola. Lui la osservava da dietro. "Ti stai bagnando, cagna, sei eccitata...ed è logico: sei un essere inferiore, e quindi comportarti da cagna ti eccita..." la strattonò e la riportò in salotto. Si risedette. "vieni qui davanti, ho bisogno di uno sgabello per i piedi". Lei si accovacciò, e lui poggiò i piedi sulla schiena di lei. "Ecco a cosa servi schiava, chiarò?" "Sì Padrone" mormorò lei. Uno scapaccione la raggiunse sul sedere nudo. "Nessuno ti ha ordinato di parlare, cagna!"
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Lui si mise a leggere il
giornale. Ogni tanto spostava un piede davanti al volto di lei, e
immediatamente lei estraeva la lingua e lo leccava finchè lui
non si stancava e toglieva il piede. Dopo qualche minuto, chiuse
il giornale. "Bene, spero che tu ora abbia capito qual è il
tuo ruolo. Ora implorami affinchè io ti dia la giusta punizione".
Lei si prostrò davanti a lui: "Ti prego Padrone, sono stata
una cagna disubbidiente, puniscimi affinchè io impari a non
sbagliare più". "Bene...sulle mie ginocchia, avanti!"
Lei si distese sulle ginocchia di lui. "A ogni colpo mi devi
ringraziare, chiaro schiava?" "Sì Padrone"
rispose lei. La sua mano si abbattè sul sedere si lei. Lei
sussultò, ma ringrazio. Così fu per il secondo colpo, e per gli
altri che seguirono. "ora ti raddrizzerò la schiena, cagna"
diceva lui, osservando i tacchi delle scarpe di lei che si
muovevano indifesi nell'aria. Smise solo quando il sedere di lei
era diventato completamente rosso. "Scendi" le intimò
lui. Lei si gettò ancora ai piedi di lui, adorante, e incominciò
a leccargli i piedi. "Grazie, Padrone grazie..." diceva.
Lui aggrottò le sopracciglia. "Fammi un po' vedere...apri
le gambe". Lei eseguì, e lui rise. "Come supponevo...ti
sei eccitata, cagna. Ed è logico: sei un essere inferiore, e
quindi ti ecciti ad essere usata come tale..." lui insinuò
il suo piede tra le gambe di lei, e lei gemette. "Vedi? Sei
talmente inferiore che solo il contatto con il mio piede ti
eccita..." lui insinuò l'alluce tra le labbra della vagina
e iniziò a stimolarle il clitoride, mentre le posava l'altro
piede sulla faccia. Lei riprese a gemere e a succhiare con avidità
l'altra estremità...dopo poco lei raggiunse un evidente orgasmo.
"Ma guarda" disse lui ironico "La schiava ha osato
godere prima del suo Padrone...vedi di rimediare, o sarà peggio
per te!" Lei si mise in ginocchio, e gli aprì la cerniera
dei pantaloni. Ne estrasse il pene, già in erezione, e iniziò a
leccarlo. "Anche le palle, cagna, non dimenticarlo".
Lei eseguì, e presto stava succhiando con foga il pene di lui,
che ne frattempo aveva ripreso il guinzaglio e lo tirava. Lui era
resistente, malgrado l'eccitazione e l'abilità di lei, e la
schiava stava cominciando a sudare per lo sforzo. Quindi lui
disse: "Cagna sto per godere...ma non penserai di essere
degna di bere il mio nettare vero? Quando tiro il guinzaglio fai
uscire il pene dalla tua bocca, ti schizzerò in faccia!" In
effetti, dopo poco il guinzaglio venne tirato; lei prontamente
fece scivolare il pene fuori dalla sua bocca, e una frazione di
secondo dopo copiosi schizzi di sperma le inondarono la faccia.
"Bene schiava" fece lui "adesso usa la tua lingua
per ciò per cui è stata fatta...pulisci tutto". Lei,
ubbidiente, lecco il pene fino a renderlo pulitò, poi si chinò
a raccogliere con la lingua le gocce di sperma caduto sul
pavimento. Quindi si riaccucciò e, piena di gratitudine, iniziò
nuovamente a leccare i piedi del suo Padrone.
Era fortunata ad avere un Padrone che le raddrizzava la schiena e
la usava come meritava. Anche perchè era sicura che avrebbe
presto sbagliato nuovamente, e avrebbe di nuovo avuto bisogno di
essere punita...
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Non bevo mai alcolici prima di una scena, ma in questo caso non c'è ragione di prendere precauzioni particolari perché la ragazza non rischia neanche un graffio. Trovo un quotidiano e io che non li compro mai mi metto a leggerlo. Non riesco a seguire, provo a cominciare un articolo ma devo passare subito al seguente. Fumo una sigaretta. Niente da fare, devo andare, sono io impaziente, questa volta. Basta, non ho voglia di aspettare, sono appena le 15:30 ma voglio proprio vederla. Parcheggio in una via adiacente e mi avvio al palazzo dove abita lei. Davanti alla porta mi pulisco le suole delle scarpe, mi aggiusto la giacca, controllo il nodo della cravatta. Sono proprio pronto. Non devo suonare, ecco la chiave, la guardo e me la giro tra le mani. Mentre infilo la chiave nella serratura e la giro recupero tutta la mia freddezza. Sentire il meccanismo che fa quello che voglio, sentire che tutto fila liscio. Quando è ben oliato un meccanismo può dare soddisfazione, o almeno richiamare alla fiducia in se stessi. Salgo le scale e mi trovo davanti la seconda porta, e tiro fuori la seconda chiave. Mi giro anche questa tra le mani, la guardo per un attimo. Poi la infilo, la giro, e il meccanismo del suo piacere comincia a girare. Anche noi siamo fatti di meccanismi, benché morbidi e tiepidi; il nostro vantaggio consiste nel poterci sfruttare a nostro stesso piacimento, una volta che conosciamo il sistema per aprire e chiudere le nostre stesse serrature. Rifletto e mi inceppo ancora, oggi sono un po' stanco forse. lei però ha fatto tutto come doveva. lei è nella camera, allestita come previsto. Mi avvicino e accarezzo una guancia della ragazza, che giace immobile nel mezzo del letto matrimoniale. Tutte le finestre sono chiuse, tutte le tende sono abbassate. L'odore dell'incenso copre quello delle molte candele che illuminano la stanza. Mi accendo una sigaretta e l'aria si fa ancora più pesante. La ragazza ha un sorriso sereno stampato sulla bocca, è finalmente rilassata e tranquilla. La sua pelle è perfettamente bianca sul petto e sulla faccia, a parte le guance rosate, gli occhi sottilmente rigati di nero e le labbra dipinte di un rosso vivissimo. La ragazza è completamente immobile, le gambe dritte, perfettamente distese, le braccia incrociate sul petto, la testa leggermente rialzata sui due cuscini sovrammessi. Le sue palpebre sono chiuse. Non muove un muscolo. le parlo: "Brava, la mia schiavetta, così buona, così silenziosa, così disponibile; ora posso fare davvero di te quello che voglio." lei ovviamente non risponde, non può rispondere. Indossa solo un corsetto nero e un paio di calze nere con i reggicalze anch'essi neri. le divarico leggermente le gambe, e lei mi lascia fare con la docilità delle cose inanimate.
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La sua recitazione è perfetta, nel non lasciar trapelare un segno di vita. Vado a prendere il buffo fallo che avevamo scelto. Non è molto grande, oggi devo avere la mano delicata. Per qualche minuto le tocco la fichetta liscia, su cui la ragazza ha eseguito una depilazione perfetta. Ci gioco, la penetro delicatamente con un dito, poi con due. Come previsto lei non risponde, almeno non con il resto del corpo. Anzi è sempre più rilassata. In fondo si vede che non è morta, tuttavia il suo stato potrebbe essere facilmente preso per un sonno profondo. Si tratta di altro, o forse no. Il suo sesso è caldo e umido. Sembra che debba vivere a spese del resto. Sembra che debba risvegliarsi quando il corpo intorno a esso dorme. A questo punto inserisco il piccolo fallo inorganico. Serve a tappare una bocca per aprirne un'altra. La ragazza con l'autocontrollo che ha interiorizzato ed esercita ormai senza sforzo- riesce a essere come una macchinetta. "È ora che ti risvegli, bambolina!" Lei alza il busto, con gli occhi sbarrati, poi torna a un'espressione normale, ricomincia a muoversi. La bocca di sotto nel suo tappo ha trovato come un ciuccio, che la tiena occupata e permette al resto del corpo di liberarsi. La sua faccia sprizza gioia. Prima la abbraccio, poi la faccio inginocchiare sul letto davanti a me, e finalmente tiro fuori il mio fallo organico, caldo e palpitante, e me lo faccio succhiare con la bocca di sopra. Quando ha finito di ingoiare il mio sperma e di ripulirmi con la sua carezzevole lingua, la bacio sulla fronte e me ne vado. Ci ha sprecato anche il tempo di scrivere il messaggio! Ricordo il messaggio di A., direttamente dagli USA. Eh, si', nel mio girovagare telematico mi sono rivolto anche alle aree messaggi straniere. Per parlarne, se non altro. A. sembrava proprio incarnare il mio sogno. Dolce e forte. Diceva di avere gia' avuto un'altra esperienza del genere con un uomo. E di rimpiangerlo ancora, a volte, per le irripetibili emozioni del loro rapporto. Peccato che dopo un paio di messaggi inizio' a propormi strane forme di collaborazione ad un racconto erotico che stava scrivendo, e che sembrava interessarle molto piu 'di me. Quello che cerco e' molto particolare, lo so. E le donne sono cosi' diffidenti, guardinghe. Ci vuole costanza. Non era stata un'idea brillante andare a trovare Frida a Brownshweig d'inverno. Fulvio si era immaginato che in Germania facesse freddo, ma non così freddo. E non perdeva occasione per farglielo notare. Frida sapeva bene l'italiano. Riguardo al rapporto tra Fulvio e il tedesco, era praticamente inesistente. Si erano conosciuti l'anno prima al Politecnico. Per un po' ci aveva provato con Frida, gli sembrava un atto dovuto cercare di sedurre una studentessa erasmus: il fascino della straniera venuta dal nord era innegabile. Comunque lei aveva subito messo in chiaro le cose, così erano rimasti buoni amici. Dopo i primi giorni passati a visitare chiese e birrerie tipiche il posto non offriva molte altre attrattive: certo le case del centro sembravano tutte tipo quella di Hansel e Gretel e la pulizia delle strade era indiscutibile, però non passarono molto tempo che Fulvio si rese conto che quella cittadina nel cuore della Germania tutto sommato era abbastanza pallosa. Andava su e giù con quei bilancieri, non voleva dare l'idea di essere un novellino. Non passò molto tempo che si rese conto di essere madido di sudore.
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Accanto al biglietto c'erano le chiavi di casa e una tessera. Sul biglietto c'era scritto: Per Fulvio. Ho un impegno inaspettato all'università, tornerò verso le tre del pomeriggio. Intanto prova ad andare nella mia palestra, ti lascio la tessera. Così ti fai una bella sudata e fai uscire tutta la birra che hai bevuto! Frida o Fulvio si guardò intorno: ci fosse stato almeno un televisore! Da leggere si era portato qualcosa ma aveva troppo mal di testa. L'unica soluzione per ammazzare la mattinata era la palestra. Non metteva piede in una palestra dai tempi di educazione fisica al liceo. Gli amici di Frida erano piuttosto insulsi, per quello che avesse potuto capire di loro, il fatto è che non lo tenevano in gran conto: all'inizio sempre interessamenti tipo where are you from o what's your favourite football team, poi in breve tornavano a quella loro lingua barbarica e attorno a Fulvio si creava una cortina di ferro da cui difficilmente riusciva ad uscire. E non è che Frida si interessasse più di tanto alla cosa. A quel punto Fulvio si attaccava al boccale di birra. Fu al terzo risveglio con mal di testa e bocca impastata che stabilì che era ora di darsi una regolata con la birra. Si rese conto che era solo nell'alloggio. Frida gli aveva lasciato un biglietto. La palestra era nella stessa via del palazzo di Frida, se la ricordava; almeno se si rompeva poteva sempre prendere e tornarsene in casa. La tuta l'aveva già addosso, la usava come pigiama. Appena entrato, lo assalì un tizio superpompato in canottiera con una raffica di tedesco. Fulvio non si era preparato a discussioni con gli indigeni, avanzò un sorriso da deficiente e tirò fuori la tessera di Frida: Friend of Frida! Il tizio allora mostrò di aver capito e gli indicò col braccione una porta: Se l'era cavata ancora bene. Si cambiò le scarpe e si tuffò tra i macchinari; era tutto un luccichio di metallo e tecnologia: c'erano certi vogatori con schermo a cristalli liquidi tipo sala giochi con cui dei ragazzi si sfidavano in gare di canottaggio virtuali, altra gente più o meno atletica era sparpagliata nell'ampio locale. Alle cyclette c'erano tre ragazze in pantaloncini elasticizzati e maglietta che pedalavano e parlavano. Delle tre quella al centro era la migliore: si stagliava sulle altre di un bel po' nonostante fossero sulla cyclette, sicuramente era più alta di lui. Prese in mano i pesi e cominciò gli esercizi. Sotto la tuta aveva solo la canottiera senza maniche, e di certo non l'avrebbe esibita per niente al mondo. Quelle chiazze nauseanti del resto erano la prova che aveva sudato abbastanza: si diresse verso lo spogliatoio cercando di mantenere le braccia il più possibile aderenti al corpo. Fece la doccia in compagnia dei ragazzi del vogatore. Si stava rivestendo quando notò che i due fusti invece di fare altrettanto si avvolsero gli asciugamani attorno alla vita e si diressero fuori dallo spogliatoio. Nella palestra doveva esserci una sauna. Fulvio non era mai andato in una sauna. Incuriosito si ritolse le mutande e si avvolse l'asciugamano alla vita.
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Postato da MiKy il 08:53
09.05.05
Mi Sfianchi
Sei tu che mi fiacchi le gambe e
mi nutri la fica, che mi lasci sospesa a pensare, che se non
esistessi non sarei bucata qui in mezzo, tra queste gambe che
slargo e cospargo, perché tu non possa trovare mai attrito. Sei
tu che mi spezzi il respiro e mi stringi la gola, fino a zittirmi
parole che riduci a vapore mentre mi rintani la voglia e mi fai
sentire ripiena non appena la mia bocca si schiude come un
cannolo che mordi e trasborda di crema.
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E nuda e non la copro di nulla! Perché non sia mai che io possa incauta sbarrarti la strada, dentro qualsiasi ora tu la sorprenda, dentro qualsiasi posto ti salga la voglia. Ringrazio il cielo per avermela fatta più bella di quellaltra rosa che cogli e ne fai paragone, di quellaltra conchiglia dove poggi lorecchio e invano ne ascolti i flutti di mare. Sei dietro di me e timploro di strapparmi i capelli, di farmi capire quanto dolore può sopportare il mio ventre, quanta donna cè dentro questanima che a carponi lecca la terra e mastica erba. Fammi davvero sentire il pianto dun bimbo, che affiora innocente da questo strazio di carne laddove il mio sogno mi conduce ogni notte, dove vado cercando il contrario di questa voragine che mi convince ogni volta dessere solo fatta di pelle, dessere faccia e mani che tu dici di donna, ma indietro ricevi solo eco e rimbombo. Ti prego non farmi domande! Non cercare risposte dentro queste pieghe che slarghi e si fanno capienti senza avere il pretesto di fingere amore se non esiste ragione. Perché non servi per nutrire il mio cuore, non servo per baciarti le labbra, perché mai ne conoscerò il sapore se massale la voglia quando abbaio alla luna, se maggrappo alla terra e mimbratto la faccia. Dimmi solo che non valgo poi nulla, quanto un semplice buco che incontri per strada, che se solo volessi lo troveresti al di là della siepe, sotto qualsiasi gonna, che come me sasciuga le voglie al vento che filtra. Voglio sentirtelo dire perché di nullaltro ho bisogno! Scopami lillusione fino a scardinarmi lincanto, che domani potrei avere una faccia per avere rispetto o un sentimento per lasciarmi montare guardando la luna. No, oddio, se fosse così, avrei vissuto per niente, non avrei capito che luomo è fatto solo di cazzo, che è lì pronto a contare le parole che mancano, alla certezza che spalancherò altra carne. Amore! Ma che dico? Che stronza parola che ci infarcisce la bocca e ci illude le vene per il solo motivo di sentire la brama che avida penetra, che ingorda trattengo.
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Amore! Ma che dico? Giurami solo che questa passione non attraverserà mai la siepe, che sarà sempre impregnata dodori di foglie e di muffa, che non avrà mai luce dalba che rischiara il mistero e ne assopisce la forza, che ora mi spacca e frantuma la timida larva di senno che incerta sannida dentro la carne. Giurami che non mi seguirai avvolta nel neon, lungo questa città che cancella le orme dei miei tacchi indecenti, che mi ridà maniere e contegno fatti appena due passi. Fino a quando queste labbra ricomposte baceranno la fronte dei miei nipotini, e diranno tesoro a chi mi sta aspettando in poltrona e mi bacia tra i seni che crede esclusivi. Dimmi che mai nessuno potrà riconoscermi come animale che struscia a bocconi, come bidone che fa incetta di pioggia, come cucchiaio di miele che cola quando avvicini la bocca. Confrontami con chi ora culla il suo bimbo, che seduta in panchina conta i minuti per la prossima pappa. Fammi sentire che non sei come gli altri, che non cerchi parole per convincermi di quello che faccio, ma che sono esattamente come mi giudicherebbe chi utilizza il suo seno allattando suo figlio. Una cagna in calore che offre lividi invece di latte, che baratterebbe orgoglio e decenza per illudersi che ci sono ancora dei metri, dove tu affondi fino allessenza che mi dà vita, fino a quella coscienza che se solo tu sfiorassi, potrei giurare daverla davvero. Ti prego non avere rispetto di chi nuda ed in ginocchio ti giudica soltanto perché la scopi per bene, di chi tha scelto soltanto perché le fai credere davere lanima in mezzo alle cosce. Nulla sarebbe servito se ora dovessi girarmi per chiedere amore, per guardare quanto mare sagita dentro i tuoi occhi, per scoprire davvero che lamore che sento non mi fotte soltanto. Perché di cosaltro potrei aver altro bisogno? Quando attraverso queste gocce sul vetro filtra il mondo di fuori, quando una voce straniera mi dice Signora, è pronta la cena, quando solo a pensarti mi fiacchi le gambe e mi nutri la fica.
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La stanza
dell'albergo
E giugno, un sabato pomeriggio caldo e afoso. Cammino
rapidamente verso lalbergo, le strade sono vuote, sono le
tre di pomeriggio, nellaria solo leco dei miei Tacchi
a Spillo che battono frettolosamente sullasfalto. Eccolo mi
sto avvicinando, sento lansia salire dentro di me, faccio
attenzione agli sguardi indiscreti che mi possono vedere entrare
in albergo, ma attorno a me un tenebroso silenzio accompagna i
battiti del cuore. E solo una la rampa di scale che mi
separa dalla porta eppure gradino dopo gradino mi sembra
interminabile. Sono nel corridoio, lungo e stretto, le pareti
rosa e la moquette rendono tutto così meno informale, ma i miei
pensieri, quelli no, sono li a ricordami che sto per incontrare
lui, luomo misterioso incontrato in chat, luomo che
mi ha rapito lanima con la sua voce, luomo che ha
conquistato il mio corpo con le sue mani, e finalmente da lì a
poche ore sarei stata invasa di nuovo dal desiderio di essere
posseduta da un Cazzo. Entro nella stanza, sento una lieve frescura
attraversarmi tutto il corpo, le gelosie socchiuse riparano lintimità
della stanza dal calore. E tutto perfetto. Ora manca solo
lui... quando sento bussare alla porta. E lui. Apro. Uno
sguardo. Un abbraccio. Un solo rumore la porta che si chiude alle
nostre spalle. Mi prende, mi avvolge con le sue braccia e mi
adagia sul letto. Sento il suo corpo caldo sul mio, il suo cuore
batte forte sento il desiderio di un Cazzo che ci invade, è come
se parlasse. E tutto così confuso, è un gioco di mani; le
sento accarezzarmi le gambe, velocemente le sento attraversare il
mio ventre, e adagiarsi sulle mie Tette. Ha la capacità di
confondermi, il suo modo di amarmi mi blocca, e come se il mio
corpo volesse essere posseduto completamente in ogni sua parte.
Con estrema velocità ci strappiamo gli abiti di dosso, a noi non
piace tutto ciò che ci priva di un contato corporeo. Ora la
sento la sua pelle sulle mie Tette Dure che si appoggia con un
senso di fierezza. Siamo lì e siamo insieme, uno nelle braccia
dellaltro, come abbiamo sempre immaginato di fare al
telefono, in quelle lunghe conversazioni che hanno preceduto il
nostro incontro. La sua lingua inizia a percorrere tutto il mio
corpo lentamente creando una sensazione di eccitazione stupenda,
sento i brividi percorrere la mia schiena, vorrei non si fermasse
mai. La sua lingua sembra non volermi più abbandonare, ed io ho
voglia di saziare la sua fame nella mia patatina.
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Intriganti Situazioni
Noi due e loro tre. Stanza veranda sul mare, tappeti e
cuscini. Musica rai e fumo. Erba buonissima, di quella che ti fa
andare fuori di testa e ti tiene sveglio. Di quella che scatena
la sua troiaggine. Si mette a ballare E schifosamente bella
schifosamente bella e troia Lo farebbe rizzare ad un morto e loro
tre sono ben vivi, giovani, forti e affamati Inizia il gioco
quello che sembra essere il capo. Semplicemente la prende per le
spalle e la spinge a terra, sul tappeto. Niente preliminari, baci
o carezze. La stende sul tappeto, le alza la gonna e le strappa
il tanga. Si sbottona i pantaloni e il cazzo duro gli esplode
letteralmente fuori. Lungo, molto lungo, arcuato allinsù,
nodoso, la grossa cappella circoncisa, scurissimo, quasi nero. Le
apre le gambe e la infila. Glielo pianta dentro senza tante
cerimonie. La troia urla. Lui inizia a pomparla, a ficcarglielo
dentro sempre più a fondo. La troia urla ma lo sta prendendo
tutto. Doveva essere già bagnatissima. Urla e gode. Sta godendo
come una pazza e lui continua a pomparla senza pietà. Io sto lì,
strafatto, a meno di un metro a vedere quel cazzo lucido che la
sta sfondand mi tiro fuori luccello, il mio cazzetto
pallido, e incomincio a farmi una sega. Gli altri due si stanno
preparando. Si sono spogliati. Sono nudi col cazzo in tiro.
Cristosanto in questo paese di merda hanno tutti dei cazzi da far
paura. Sembrano fatti in serie. Tutti molto lunghi, scuri, nodosi
con delle grosse cappelle che li fanno sembrare mazze.
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Postato da MiKy il 13:20